Combattimenti fra Armenia e Azerbaigian

ATS

27.9.2020 - 20:11

L'esercito armeno mentre distrugge un carro armato azero nel Nagorno Karabakh.
Source: Keystone/AP Armenian Defense Ministry

Riesplode il conflitto del Nagorno Karabakh, la regione autonoma contesa da Armenia e Azerbaigian. E il crescendo di violenza e tensione rischia di allargarsi ben oltre i confini dei due Stati nemici, è l'allarme lanciato dal premier armeno Nikol Pashinyan.

La guerra congelata dal 1994 si è riaccesa improvvisamente nella notte su domenica quando l'esercito azero ha bombardato le postazioni delle forze indipendentiste armene che avevano attaccato e poi ha lanciato una controffensiva. Immediatamente i separatisti armeni hanno proclamato la legge marziale e la «mobilitazione generale». A distanza di qualche ora Armenia e Azerbaigian hanno fatto lo stesso.

«Il governo ha deciso di dichiarare la legge marziale e la mobilitazione generale», ha scritto su Facebook il premier armeno Nikol Pashinyan. La presidenza azera, a sua volta, ha comunicato la proclamazione della legge marziale e il coprifuoco nella capitale Baku e in altre città.

Assieme a quella delle armi, è iniziata subito anche la guerra della propaganda e delle accuse reciproche a colpi di comunicati e post sui social. «Siamo tutti uniti dietro al nostro Stato e al nostro esercito, e vinceremo. Lunga vita al glorioso esercito armeno», ha scritto su Facebook il premier armeno dopo la notizia dell'abbattimento da parte dei ribelli filo-armeni di due elicotteri azeri.

Il governo di Erevan non ha neanche tentato di nascondere i suoi fini, ha rilanciato il governo di Baku, spiegando che all'alba le forze azere hanno iniziato un'offensiva per «neutralizzare le forze belliche dell'Armenia e salvaguardare la sicurezza della popolazione civile».

Incerto, in queste prime ore di guerra, il numero delle vittime. L'esercito azero ha comunicato l'uccisione di 16 uomini delle truppe separatiste armene, fonti ufficiali di Baku parlano della morte, durante i combattimenti, di cinque persone della stessa famiglia. In totale, tra civili e militari, si contano 23 morti.

Quella attuale è la peggior crisi armeno-azera degli ultimi anni, comunque segnati da incidenti continui anche dopo l'accordo di cessate il fuoco del 1994 mediato dalla Russia. Sono stati almeno 30'000 i morti lasciati sul campo dalla guerra combattuta dalle due ex repubbliche sovietiche caucasiche negli anni Novanta dopo che i separatisti armeni hanno preso il controllo della regione azera del Nagorno Karabakh nel 1991. E che è restata di fatto in mano armena.

Stati Uniti, Francia e Russia – che guidano la mediazione del gruppo di Minsk – non sono mai riusciti a far firmare un pace vera a Baku e Erevan e a porre fine definitivamente a un conflitto esploso in maniera plateale dopo il crollo dell'Unione Sovietica, ma che affonda le radici molto più lontano, nel confronto tra cristiani armeni e musulmani azeri segnati da influenze turche e persiane. Non a caso le prime reazioni sono arrivate dai rispettivi sponsor, oltre che dall'Unione europea e dall'Italia.

Il presidente russo Vladimir Putin, che ha parlato al telefono con l'amico premier armeno, ha detto che «è importante fare tutti gli sforzi necessari per evitare un'escalation del conflitto». La Turchia, con un comunicato del ministero degli Esteri, ha condannato «con forza l'attacco armeno contro l'Azerbaigian che ha provocato vittime civili», ribadendo «il suo pieno appoggio» a Baku. Mentre dall'Iran è arrivata la disponibilità a mediare per un negoziato mirato al cessate il fuoco.

L'Unione europea, attraverso il presidente del Consiglio Charles Michel, ha invocato lo stop «con urgenza» dell'azione militare e il Comitato internazionale della Croce Rossa è pronto a fare da intermediario. E mentre il Patriarca Karekin II, il Catholicos di tutti gli armeni, ha interrotto la visita ufficiale in Italia «per stare vicino al suo popolo», la Farnesina ha chiesto alle parti «l'immediata cessazione delle violenze e l'avvio di ogni sforzo, in particolare sotto gli auspici dell'Osce, per prevenire i rischi di ulteriore escalation».

Proprio quella evocata dal premier di Erevan, che ha ammonito sulle «conseguenze imprevedibili» della guerra «dichiarata dal regime autoritario dell'Azerbaigian» che si potrebbe allargare oltre il Caucaso e ha messo in guardia contro l'ingerenza «aggressiva» della Turchia.

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