Cosa succede a Hong Kong? Cinque domande e risposte

Philipp Dahm

4.7.2019

Perché si parla di leggi sull’estradizione (e delle proteste contro queste ultime) se Hong Kong si trova effettivamente in Cina? Gli abitanti si sentono cinesi? E cosa riguarda esattamente il contenzioso? Facciamo il punto della situazione.

Perché il territorio di Hong Kong ha uno statuto particolare in Cina?

La storia di Hong Kong comincia con la droga: tra il 1830 e il 1840, la Compagnia britannica delle Indie orientali è il più grande trafficante del mondo. Londra esporta oppio verso la Cina su vasta scala, per colmare il suo deficit commerciale. Infatti, la Gran Bretagna importa innanzitutto tè, seta e porcellana dalla Cina, ma non ha nulla da offrire sul mercato. Quando Pechino proibisce la sostanza, scoppia la prima guerra dell’oppio nel 1839, che dura tre anni.

Sconfitta, la Cina deve aprire i suoi mercati e cedere per sempre l’isola di Hong Kong alla Corona. Nel 1860 e nel 1898, altre regioni vengono annesse e «affittate» a Londra dalla Cina fino al 1997 – anche se ciò non genera alcun flusso di denaro. Nel 1982, Londra e Pechino cominciano a negoziare il futuro di Hong Kong: con la formula «Un paese, due sistemi», il Partito Comunista (PC) ottiene la restituzione del territorio, che diventerà poi una zona economica speciale. Dopo 156 anni di dominazione britannica, le bandiere cinesi vengono issate nella metropoli il primo luglio 1997.

Qual è l'attuale sistema politico di Hong Kong?

Il concetto «Un paese, due sistemi» conferisce a Hong Kong, per 50 anni, uno statuto speciale, che dovrebbe permettere un’amministrazione democratica e fondata sul mercato. L’autonomia concede alla città il diritto di promulgare le proprie leggi e di coniare moneta propria. Le leggi vengono adottate dal Consiglio legislativo di Hong Kong, eletto per metà nei distretti e per l’altra metà da circoscrizioni funzionali in settori quali la finanza, le ristrutturazioni o le compagnie aeree. La legge elettorale risale all’occupazione britannica, mentre la legge fondamentale di Hong Kong è in vigore dal 1997. Nel 2017, a causa della resistenza locale è fallito un tentativo di modifica della legge elettorale.

Cosa pensano gli abitanti di Hong Kong della Cina?

Per gli abitanti, la Cina e Hong Kong sono due entità distinte: anche se più del 90% di loro è di origine cinese, alcuni sondaggi condotti all’università locale hanno rivelato che soltanto il 15% delle persone si sente «cinese». La maggioranza si considera infatti di «Hong Kong». Questa tendenza è ancora più pronunciata presso i giovani: soltanto il 3% degli individui tra i 18 e i 29 anni si identifica con la Cina.

Coloro che hanno risposto al sondaggio nel 2017 hanno individuato principalmente nelle differenze sociali e culturali la spiegazione a quest’assenza di sentimento di appartenenza all’impero di Mezzo: i 156 anni di dominazione britannica hanno lasciato tracce nella memoria collettiva della città.

Qual è la ragione delle proteste attuali?

Manifestazione contro l’OMC a Hong Kong, nel 2005.
Keystone

La protesta civile si inscrive in una certa tradizione a Hong Kong. Le recenti manifestazioni si oppongono a un progetto di legge sull’estradizione dei fuorilegge verso la Cina. Per esempio, si teme che mentre la libertà di espressione nella metropoli è garantita, questa nuova legge potrebbe permettere di arrestare per futili motivi, oltre che di estradare e di rilasciare alla giustizia cinese tutti quei detrattori che esprimono il loro punto di vista su Pechino.

Ombrelli in segno di protesta: le manifestazioni del 2014.
Keystone

Anche se la legge dovrebbe riguardare unicamente crimini come omicidi o violenze sessuali, nessuno crede ai giuristi cinesi, che affermano che le cose resteranno così, in particolare se sarà poi un comitato a decidere caso per caso.

A metà giugno, circa due milioni di manifestanti hanno spinto il capo dell’esecutivo della città, Carrie Lam, a congelare la legge. Ma ciò non è sufficiente per numerosi manifestanti, che vogliono che il progetto sia completamente ritirato dal tavolo, e quindi le proteste proseguono.

Nel frattempo, la situazione polarizza sempre di più gli abitanti di Hong Kong: dopo che la polizia è stata criticata per aver utilizzato delle pallottole in caucciù e del gas lacrimogeno durante una protesta contro il governo il 12 giugno, sono state organizzate nuove manifestazioni, che riunivano i cittadini più anziani, a favore delle forze dell'ordine che si sono quindi viste costrette a proteggere i giovani manifestanti critici verso il governo. La situazione si aggrava.

Qual è l’attitudine di Pechino?

La Cina esige nuove leggi, soprattutto in seguito all’omicidio di una ragazza di vent’anni commesso dal suo fidanzato di 19 anni a Taiwan. Il presunto omicida, arrestato a Hong Kong, non può essere estradato, nella misura in cui la metropoli non ha concluso accordi corrispondenti con Taiwan (e la Cina).

Lo schema «un paese, due sistemi» è una vera e propria spina nel fianco di Pechino, che non apprezza affatto che gli abitanti di Hong Kong ridicolizzino la Cina, né che manifestazioni come quelle contro il massacro di piazza Tian’anmen siano autorizzate a Hong Kong.

Si teme che le proteste possano propagarsi sul continente. La cerimonia di consegna dei «Grammy Awards asiatici» ha perfettamente illustrato le tensioni: la trasmissione dei Golden Melody Awards a Taiwan è stata brutalmente interrotta dalla censura lunedì scorso quando il presentatore Jen Chiang-da ha dichiarato sulla scena: «Hongkong, add oil!»

Nel 1989, Hong Kong manifesta contro il massacro di piazza Tian’anmen perpetrato a Pechino.
Keystone

«Add oil» è un'espressione utilizzata nell’inglese di Hong Kong che significa qualcosa come «perseverare». La propaganda si sforza giustamente di non gettare acqua sul fuoco. Ma il problema fondamentale resta lo stesso: accordare uno statuto speciale a Taiwan e a Hong Kong mantenendo le regioni sui binari costituisce un grande dilemma politico.

Lo statuto speciale di Hong Kong terminerà nel 2047 – ma il Partito comunista (PC) non attenderà probabilmente così a lungo per riprendere il controllo totale della metropoli.

Forse la Cina aspetta solo il momento più opportuno per colpire duramente nelle regioni che dispongono di questo statuto speciale: se il mondo venisse distratto da un altro conflitto, Pechino sulla sua scia potrebbe passare dalle parole ai fatti.

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