Il giorno più sanguinoso dopo il golpe, 14 morti

SDA

17.11.2021 - 21:16

Ancora proteste e morti in Sudan
Keystone

La protesta contro il nuovo golpe in Sudan, quello che il mese scorso ha stroncato la convivenza fra militari e civili nella lunga transizione post-Bashir, ha vissuto la sua giornata più sanguinosa.

SDA

17.11.2021 - 21:16

Almeno 14 manifestanti sono rimasti uccisi da colpi di arma da fuoco sparati dalle forze di sicurezza per disperdere cortei organizzati a Khartoum nonostante un blocco totale delle comunicazioni.

Almeno 11 persone sono morte nella sola periferia nord della capitale, dove in serata si segnalavano ancora manifestazioni. La maggior parte delle vittime, inclusi alcuni delle decine di feriti, sono stati colpiti «alla testa, al collo o al busto», come ha riferito il sindacato dei medici sudanesi. Una circostanza che spinto un altro sindacato protagonista della rivoluzione, l'Associazione dei professionisti sudanesi, ad accusare le forze di sicurezza di «omicidi premeditati».

Sale dunque 34, tra cui tre adolescenti, il numero delle persone uccise nella repressione delle proteste contro il golpe del 25 ottobre, mentre centinaia sono i feriti. La situazione è alquanto imperscrutabile dato che i militari, oltre a oscurare internet fin dal primo giorno, hanno anche criptato tutte le comunicazioni telefoniche.

E sembra essere stato questo black-out in cui sono finiti 45 milioni di sudanesi a ridurre il numero di manifestanti: dalle decine di migliaia dei cortei del 30 ottobre e 13 novembre, oggi per le strade sarebbero scesi solo in migliaia: coraggiosi affrontati peraltro da forze di sicurezza altrettanto numerose, le quali hanno bloccato i ponti che collegano Khartoum alla periferia.

Oltre agli spari, la dispersione dei cortei è avvenuta col massiccio uso di gas lacrimogeni e granate assordanti. In serata comunque centinaia di manifestanti continuavano a presidiare barricate soprattutto nella periferia nord della capitale, mentre raduni in altre città del Sudan sono stati dispersi.

Il generale Abdel Fattah al-Burhan, autore del golpe che ha esautorato il premier Abdallah Hamdok ancora agli arresti domiciliari, ha fatto incarcerare ministri civili e si è autoproclamato alla guida del Paese che fino al 2019 era stato per tre decenni sotto il controllo dall'autocrate islamico Omar al-Bashir.

Al momento non sembra in vista alcuna soluzione politica, nonostante una pressione degli Stati uniti che ha intensificato i propri appelli e imposto sanzioni: il segretario di Stato Antony Blinken ha annunciato di essere pronto a sostenere nuovamente il Sudan solo se «l'esercito rimetterà in carreggiata il treno» della transizione.

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