Italia: milioni maschere irregolari, indagato ex commissario Arcuri

SDA

18.10.2021 - 21:19

La Procura di Roma oggi ha disposto il sequestro di centinaia di milioni di mascherine irregolari o pericolose per la salute: dispositivi di protezione acquistati dalla Cina nel corso della prima ondata della pandemia. Tra gli indagati l'ex commissario per le misure anti-Covid Domenico Arcuri.
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La Procura di Roma oggi ha disposto il sequestro di centinaia di milioni di mascherine irregolari o pericolose per la salute: dispositivi di protezione acquistati dalla Cina nel corso della prima ondata della pandemia.

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18.10.2021 - 21:19

Una attività istruttoria, affidata alla Guardia di Finanza, che vede indagati, tra gli altri, l'ex commissario per le misure anti-Covid Domenico Arcuri per peculato e abuso d'ufficio e l'imprenditore Mario Benotti per frode nelle pubbliche forniture.

L'attuale numero uno di Invitalia (l'agenzia nazionale per lo sviluppo d'impresa), è stato interrogato sabato dai pubblici ministeri. «Un confronto – si legge in una nota diffusa dall'ex commissario – e un chiarimento che si auspicava da molto tempo con l'Autorità giudiziaria, rispetto alla quale sin dall'origine dell'indagine Arcuri ha sempre avuto un atteggiamento collaborativo, al fine di far definitivamente luce su quanto accaduto».

In ballo oltre un miliardo di euro

Nei suoi confronti i magistrati contestavano anche il reato di corruzione, una fattispecie per la quale è stata avanzata una richiesta di archiviazione ancora pendente davanti al giudice dell'istruttoria preliminare.

L'indagine gira intorno all'affidamento, per un valore complessivo di 1,25 miliardi di euro, per l'acquisto di oltre 800 milioni di mascherine. Il 15 ottobre scorso, intanto, la Procura ha firmato un decreto di sequestro dei dispostivi.

Nel fascicolo di Roma è confluita l'indagine avviata a Gorizia che portò al sequestro di 100 milioni di mascherine.

Mascherine potenzialmente pericolose

Nel provvedimento i magistrati scrivono che «l'esame fisico/chimico delle mascherine e dei dispositivi di protezione acquistati, compiuto tanto dall'Agenzia dogane di Roma» che da «consulenti nominati» dai pm ha dimostrato che «gran parte non soddisfano i requisiti di efficacia protettiva richiesti dalle norme Uni En» e «addirittura alcune forniture sono state giudicate pericolose per la salute».

I dispositivi, sia mascherine chirurgiche che Ffp2 e Ffp3 o Kn95, non hanno passato gli esami all'"aerosol di paraffina» ed «aerosol al cloruro di sodio».

«Appare necessario procedere al sequestro probatorio» del materiale «attualmente giacente. Sia di quelli appartenente a partite giudicate inidonee – è detto nel decreto – sia quello appartenenti a partite non esaminate – potenzialmente inidonee o pericolose – non essendo stato possibile, in base alla informazioni ottenute dalla Struttura Commissariale, distinguerli da quelli di partite esaminate con esito regolare al fine di garantire la possibilità della perizia, evidentemente necessaria per la prova di responsabilità penale e per l'accertamento di idoneità».

Secondo l'impianto accusatorio «la validazione» del materiale «ha quasi sempre seguito (e non anticipato) i pagamenti delle forniture.

L'emergenza non può spiegare tutto

«A giustificazione di un operato meno rigoroso» c'era anche «la situazione di emergenza in sé, che imponeva acquisizioni forzose, pur di non lasciare la popolazione sanitaria sprovvista di tutela. Una spiegazione che presta fianco ad evidente critica: dichiarare protettivo un dispositivo di dubitabile idoneità può indurre esposizioni sanitarie avventate», aggiungono gli inquirenti.

«D'altro canto la parola 'emergenza', nella vicenda oggetto di indagine, è stata spesa molto, ma anche in modo non coerente. Così, l'emergenza ha giustificato pagamenti di dispositivi di protezione, della qualità dei quali nulla ancora si sapeva, col rischio di acquistarne di inutili; al tempo stesso, non ha, tuttavia, avuto agio sulla decisione di respingere ogni altra offerta di chi richiedeva, per fornire dispositivi, anticipazioni dei pagamenti; laddove il rischio di non ricevere merce appare equiparabile a quello di riceverne di inutile», concludono i pm.

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