Elezioni

Testa a testa per il presidente, il Perù è spaccato

SDA

7.6.2021 - 19:45

È un finale al cardiopalmo quello che sta decidendo in Perù la vittoria nel ballottaggio presidenziale fra il candidato di sinistra Pedro Castillo e la leader della destra, Keiko Fujimori
Keystone

È un finale al cardiopalmo quello che sta decidendo in Perù la vittoria nel ballottaggio presidenziale fra il candidato di sinistra Pedro Castillo e la leader della destra, Keiko Fujimori.

SDA

7.6.2021 - 19:45

L'exit poll di Ispos Perù, l'unico autorizzato alla chiusura dei seggi, sembrava aver offerto una pista del possibile risultato, certificando il sorpasso della figlia dell'ex presidente Alberto Fujimori ai danni di un rivale in frenata. Ma l'ipotesi si è rivelata, con il passare delle ore, sbagliata.

Questo nonostante le prime cifre ufficiali offerte ai media dall'Ufficio nazionale dei processi elettorali (Onpe), riguardanti lo spoglio del 40% delle schede votate, avessero mostrato una distanza «abissale», quasi sei punti, a vantaggio di Fujimori.

Quella percentuale, ha spiegato il presidente di Ipsos Alfredo Torres, era «drogata» dal fatto che «i primi risultati delle votazioni riguardavano Lima, Callao ed altre grandi città del centro e del nord, terreno di conquista della leader di Fuerza popular». Tanto è vero che nel corso della notte e della mattina la distanza fra i due candidati è andata riducendosi abbastanza velocemente, fino ad un sorpasso di Castillo su Fujimori a fine mattinata, con il 50,076% contro il 49,924%. Una differenza di 0,20% equivalente a 34.192 voti.

Unanimi i commenti di media ed esperti peruviani, che hanno evocato un «Paese spaccato» e un'opinione pubblica «polarizzata». Nonché le difficoltà a cui dovrà far fronte qualunque dei due candidati, non avendo una consistente presenza nel Congresso e destinato a formare un governo quasi sicuramente senza solida maggioranza parlamentare. Un lavoro di alleanze complesso aspetta dunque il vincitore, dato che il nuovo Parlamento di 130 membri emerso dalle elezioni dell'11 aprile è formato da ben undici partiti in conflitto fra loro e da tre indipendenti.

Nessuna incertezza invece nella giornata elettorale svoltasi in Messico, dove erano in gioco il rinnovo della Camera di 500 membri e 19'000 cariche amministrative riguardanti 15 dei 32 governatori, 30 delle 32 assemblee legislative statali e i sindaci e consiglieri di 1'500 dei 2'500 comuni. In chiaroscuro il risultato per il governo del presidente Andrés Manuel López Obrador. In attesa di ottenere dati certi sui governatori Amlo, come è chiamato il capo dello Stato dagli amici, ha ammesso un «risultato insoddisfacente» a Città del Messico, spiegato con «un bombardamento di media ostili».

Sul rinnovo della Camera, dove la coalizione governativa guidata dal partito Morena ha registrato una flessione perdendo la maggioranza dei due terzi ma mantenendo quella semplice, López Obrador ha manifestato comunque la sua soddisfazione. Questo perché, a suo avviso, «la gente ha votato per la continuità dei programmi sociali, soprattutto per i poveri». E «per garantire le risorse per le pensioni, i disabili, gli undici milioni di studenti provenienti da famiglie a basso reddito, per far sì che le medicine siano gratis per i meno abbienti e perché l'istruzione non torni mai più ad essere un privilegio».

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