Trump sceglie una giudice antiabortista, si teme una crisi istituzionale

ATS

26.9.2020 - 11:31

Amy Coney Barrett sarà la prossima giudice della Corte suprema USA, secondo la stampa
Source: KEYSTONE/AP/Robert Franklin

Donald Trump ha ormai scelto con chi rimpiazzare Ruth Bader Ginsburg alla Corte Suprema, almeno stando alle fonti del partito repubblicano citate dai media statunitensi. Nel Paese si teme apertamente che le elezioni del 3 novembre si trasformino in una crisi istituzionale.

La nuova giudice che sarà nominata dal presidente americano, salvo clamorose sorprese dell'ultim'ora, è Amy Coney Barrett, magistrato della corte d'appello di Chicago ed ex assistente del defunto giudice conservatore della Corte Suprema Antonin Scalia, nota per le sue posizioni anti abortiste.

L'annuncio della Casa Bianca è atteso nelle prossime ore. Quella di Coney è una scelta fortemente invisa ai democratici che vorrebbero rinviare la nomina a dopo il voto.

Al contrario Trump intende blindare subito con una maggioranza conservatrice (6 giudici di nomina repubblicana contro 3 di nomina democratica) il massimo organo giudiziario statunitense.

Quell'Alta Corte che potrebbe trovarsi a dirimere innanzitutto le possibili controversie legali dopo l'Election day del prossimo 3 novembre.

Si teme una crisi istituzionale senza precedenti

Intanto negli Stati Uniti ormai si teme apertamente che le elezioni del 3 novembre si trasformino in una crisi istituzionale, con caos e proteste di piazza, dopo che Donald Trump si è rifiutato di impegnarsi ad una transizione pacifica in caso di sconfitta.

Anche le rassicurazioni della Casa Bianca sembrano fuorvianti perché la portavoce ha dichiarato che «il presidente accetterà i risultati di elezioni libere e giuste».

Ma è proprio questo il punto: Trump continua a seminare dubbi sulla legittimità delle elezioni, tanto che poco dopo ha ribadito di non essere sicuro che le elezioni possano essere «oneste» a causa del voto per posta. Un voto che tende a favorire i dem e che probabilmente ritarderà di giorni la proclamazione del vincitore.

Le preoccupazioni sono così forti che il Senato ha approvato all'unanimità una risoluzione (non vincolante) che riafferma «il suo impegno per il trasferimento ordinato e pacifico del potere richiesto dalla Costituzione degli Stati Uniti».

Nel documento si appoggia inoltre l'idea che «non ci devono essere ostruzioni da parte del presidente o di qualsiasi persona al potere per rovesciare la volontà del popolo degli Stati Uniti».

Preoccupazione anche al Pentagono

Ma anche il Pentagono è inquieto, nel timore che il Commander in chief possa invocare l'Insurrection Act per usare le truppe contro eventuali proteste, come voleva fare con quelle per l'uccisione di George Floyd da parte della polizia.

Secondo il New York Times, però, diversi ufficiali della difesa ritengono che una mossa del genere porterebbe alle dimissioni di molti dei più alti generali in carica, a partire da Mark Milley, il capo di stato maggiore.

L'esercito sarà costretto a giocare un ruolo politico?

Milley ha già dato la sua risposta scritta rispondendo ad alcuni deputati lo scorso mese: «Credo profondamente nel principio di un esercito statunitense apolitico. Nel caso di una disputa su alcuni aspetti delle elezioni, per legge spetta ai tribunali e al Congresso risolvere ogni controversia, non all'esercito. Non prevedo alcun ruolo per le forze armate a stelle e strisce in questo processo».

Il capo del Pentagono Marc Esper e lo stesso Milley erano stati criticati per aver partecipato alla foto di Trump con la bibbia davanti alla chiesa antistante la Casa Bianca dopo che la polizia aveva sgomberato brutalmente la folla che manifestava per la morte di Floyd ma entrambi poi si erano scusati e avevano preso le distanze dall'evento, attirandosi le ire del presidente.

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