Stanchi dei meeting virtuali? Spegni la telecamera

Covermedia

8.11.2021 - 16:10

Secondo una nuova ricerca a sentirsi più esauriti dopo una giornata di riunioni virtuali sono coloro che tengono le telecamere accese.

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8.11.2021 - 16:10

A causa del lockdown imposto dalla pandemia, la stragrande maggioranza di noi ha dovuto adattarsi al lavoro da casa.

Tuttavia a farla da padrone sono ora monitor e riunioni virtuali, che lasciano una sensazione di svuotamento e mancanza di energia.

Un team di ricercatori dell'Università dell'Arizona ha scoperto che spegnere le videocamere durante le chat virtuali può ridurre questo disagio.

«Quando le persone avevano le telecamere accese o gli veniva detto di tenere accese le telecamere, riportavano più affaticamento rispetto alle loro controparti che non usavano la telecamera», ha spiegato il ricercatore capo, la dottoressa Allison Gabriel.

«E quella fatica era correlata a meno coinvolgimento durante le riunioni. Quindi, in realtà, coloro che avevano le telecamere accese potenzialmente partecipavano meno di quelli che non le usavano. Ciò contrasta con la convinzione secondo cui le telecamere sono necessarie nelle riunioni virtuali».

Per l'esperimento durato quattro settimane, la dott.ssa Gabriel e i suoi colleghi hanno studiato oltre 100 partecipanti e hanno effettuato più di 1.400 osservazioni.

Hanno così scoperto che gli effetti causati dall’essere ripresi da una telecamera erano più forti per le donne e i dipendenti inseriti nell’organico recentemente.

«I dipendenti che tendono ad essere più vulnerabili in termini di posizione sociale sul posto di lavoro, come le donne e i dipendenti più recenti e con un ruolo meno influente, hanno una maggiore sensazione di affaticamento quando devono tenere le telecamere accese durante le riunioni», ha spiegato.

«Le donne spesso sentono la pressione di essere perfette o hanno una maggiore probabilità di interruzioni dell'assistenza all'infanzia, e i nuovi dipendenti sentono di essere ripresi per mostrare una maggiore produttività».

I risultati completi dello studio sono stati pubblicati sul Journal of Applied Psychology.

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