Criminalità

Bitcoin in cambio di denaro falso: truffa in un hotel di Zurigo

Silvana Guanziroli

14.11.2018

È possibile organizzare una truffa anche con la criptomoneta bitcoin. Una gang composta da due italiani, un serbo e un rumeno hanno così rubato 200.000 franchi ad un trader valutario.
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Avevano vinto alla lotteria. Due italiani, un serbo e un rumeno hanno truffato la loro vittima a Zurigo attraverso un sistema sofisticato, che ricorda i metodi mafiosi. Alla fine della giornata, il trader di bitcoin in questione si era ritrovato con 200.000 franchi falsi. Mercoledì, la persona che ha funto da esca è stata giudicata.

Il crimine è stato pianificato molto tempo fa e ricorda il film hollywoodiano «Ocean's Eleven». Nella pellicola, i ladri della banda di Daniel Ocean (George Clooney) riuscirono a portare a termine il colpo perfetto, rubando il patrimonio della loro vittima senza che questa se ne fosse neppure resa conto.

La banda di Zurigo ha proceduto in modo identico. Per ingannare il trader di bitcoin, gli uomini hanno utilizzato molte energie, tempo e zelo criminale. Una settimana prima dei fatti, hanno organizzato un primo incontro a Londra al fine di guadagnarsi la fiducia dell'uomo. La missione era stata affidata a Ivan, 21enne, che si è presentato nella hall dell'hotel Hilton. Secondo l'atto d'accusa del ministero pubblico di Zurigo, avrebbe consegnato 11.000 franchi al trader, in cambio di 11,2 bitcoin. L'obiettivo, tuttavia, era soltanto di «convincere la parte lesa che l'affare era serio e di incitarlo quindi a continuare la transazione», ha affermato l'accusa.

È in questo albergo di Londra che è stato avviato il colpo, nel dicembre del 2016.
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Le successive transazioni illegali avranno luogo il 28 dicembre 2016 nell'hotel di lusso Hyatt di Zurigo. La gang arriva dall'Italia e il trader da Londra. Hanno trovato in precedenza un accordo telefonico: 179.002 bitcon dovevano essere scambiati con 200.000 franchi.

Al loro arrivo a Zurigo, i truffatori si sono presentati come persone ricche e serie. Il trader non ha sospettato nulla e ha trasmesso loro i codici di autorizzazione bitcoin (immagine simbolica).
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In una sala riunioni dello Hyatt, Ivan P. e i suoi tre complici hanno mostrato all'uomo le banconote in euro e gli hanno fatto verificare l'autenticità di alcune di esse. Il denaro era contato, imballato in sacchetti di plastica trasparenti e sigillato. Il trader partiva dunque dal presupposto che tutto fosse in regola. Ha fornito i codici di autorizzazione bitcoin alla banda, che li ha utilizzati immediatamente.

Una banconota in euro autentica è stata presentata all'uomo al fine di consentirli di verificarla. Ma il denaro è stato poi scambiato con altro falso da parte dei criminali (immagine simbolica).
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Ma poco dopo l'accordo, l'uomo non credeva ai suoi occhi. Si è reso conto che la maggior parte delle banconote era falsa. Non presentavano filigrana, né fili di sicurezza, né ologrammi. E al centro era presente la scritta «FAC SIMILE». La dura realtà si presentava così alla vittima. 

La mente presunta della banda è ancora in fuga

La gang è riuscita in un primo momento a fuggire. Ma i malfattori hanno sottovalutato la polizia. Nel novembre del 2017, Ivan P. è stato arrestato in Italia e con lui due complici, tra i quali il padre (anche lui sarà giudicato a breve in Svizzera). Il gruppo è stato trasferito in una prigione del nostro Paese nel luglio del 2018. Il ministero pubblico ha accusato Ivan P. di truffa (art. 146 del Codice penale), di utilizzo fraudolento di un computer (arti. 147) e di imitazione di banconote (art. 243). 

Il giovane italiano collabora dall'inizio dell'inchiesta. E ha ammesso la propria implicazione nel crimine anche mercoledì 7 novembre di fronte ai giudici: era presente, anche se non era lui a tenere le redini del colpo. «L'idea è arrivata ad Alex all'improvviso», ha spiegato al tribunale. Alex sarebbe un cittadino rumeno, ma della mente presunta della banda non c'è ancora traccia.

Il bitcoin nel mirino dei criminali

Quello di Zurigo non è in ogni caso il primo crimine effettuato attorno alla criptomoneta. Dalla sua creazione, il bitcoin è risultato subito molto popolare non soltanto tra i nerd dell'informatica ma anche negli ambienti malavitosi. La moneta offre infatti nuove possibilità per riciclare denaro sporco, attività che si effettua su larga scala.

La tecnologia Blockchain, inoltre, non è al riparo dagli hacker informatici. Nel 2014, la piattaforma Mt. Gox, sulla quale viene scambiato circa l'80% dei bitcoin, ha subito un attacco. Il che ha scatenato la prima crisi della valuta. Oggi il bitcoin vale 6.500 franchi sul mercato. Alla fine del 2017, era arrivato a 19.500 franchi.

Attualmente, gli esperti economici non sono d'accordo sulla questione del grado di sicurezza della criptomoneta. La Banca centrale europea (BCE) ha paragonato la speculazione attorno al bitcoin all'effetto-valanga che può produrre una palla di neve. L'ex capo della Federal Reserve americana Ben Bernanke, al contrario, ha sottolineato il grande potenziale della valuta. E non è il solo a pensarla così.

Manette alla frontiera

Oggi, Ivan P. subisce le conseguenze della truffa. Il tribunale ha confermato le accuse nei suoi confronti e ha condannato l'uomo, padre di due bambini di due e quattro anni, a 30 mesi di reclusione, di cui sei da scontare e 24 con la condizionale. Inoltre, Ivan P. è stato espulso dal Paese per tre anni.

«Ho imparato la lezione e non commetterò più altri crimini», ha affermato il condannato di fronte al giudice. Aggiungendo che vorrebbe tornare a scuola: «Devo terminare i miei studi per poter lavorare nel mondo degli affari o nella Borsa». Un progetto complicato, con una condanna alle spalle in quanto criminale in colletto bianco.

Questi criminali sono ancora ricercati dalla polizia

La redattrice di «Bluewin» Silvana Guanziroli è cronista giudiziaria accreditata presso i tribunali di Zurigo. Nella serie «Guanziroli e i tribunali» racconta i processi più interessanti, si concentra su affari criminali inusuali e si interroga sul ruolo della giustizia in compagnia di alcuni esperti. Silvana Guanziroli lavora come giornalista da più di 20 anni e ha studiato presso la scuola di polizia della polizia cantonale di Zurigo. silvana.guanziroli@swisscom.com
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