Paolo Del Debbio sul padre: «Fu deportato in un campo di concentramento»

Covermedia

3.1.2022 - 16:30

Paolo Del Debbio

Ospite di Domenica In, il celebre giornalista ha raccontato un doloroso risvolto famigliare.

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3.1.2022 - 16:30

Ospite di Domenica In, Paolo Del Debbio si è lasciato andare ad un doloroso spaccato famigliare relativo al padre Velio.

In uno dei periodi più bui della storia moderna, l’uomo venne deportato nel campo di concentramento di Luckenwalde nel ’43 e liberato nel ’45. Dopo due anni di silenzio, quando ormai si erano perse le speranze, Velio tornò a Lucca.

Lo ha raccontato il celebre giornalista presentando il suo libro intitolato «Le 10 cose che ho imparato dalla vita».

«Mio padre arrivò nel campo di concentramento di Luckenwalde nel '43 e fu liberato nel '45 dagli Alleati. Lui fu preso che era militare in Grecia, quel maledettissimo 8 settembre del '43 e poi fu liberato nel '45, ad aprile. Arrivò a Lucca ad agosto con mezzi di fortuna.»

«Pesava 40 chili»

«Devi sapere che gli americani, appena liberati, gli davano un po' da mangiare. Però, se mangiavano anche solo un po' di cioccolata, rimettevano tutto subito», spiega il giornalista.

«Non erano più abituati. Mio papà pesava attorno ai 40 chili. Puoi immaginare. Non era altissimo, ma 40 chili è niente. Quindi gli davano da mangiare piano piano, un pochino alla volta. Quando gli americani li liberarono, prima li ricostituirono un po' o non ce l'avrebbero fatta a fare nulla».

«Poi, tramite un camion, mio padre arrivò a Verona. Poi da Verona a Lucca, la fecero a piedi lui e un suo amico. 400 km. C'era tutto il paese intorno che lo aspettava, si era sparsa la voce che erano tornati. Erano due anni che non si avevano notizie di loro, quando mandavi i pacchi col cibo al campo di concentramento, li davano ai cani. Quando arrivò mia mamma, tutti andarono via per lasciarli soli», ricorda Del Debbio che da suo padre ha imparato la dignità.

«Non hanno mai perso la dignità», continua il giornalista.

«Con la schiena dritta anche se mi ammazzeranno»

«Si alzavano alle 06:00, faceva un freddo bestia. C'era la stufa ma gli aguzzini bastardi delle SS non l'attivavano mai. Andavano al lavandino, rompevano il ghiaccio, si lavavano, si facevano la barba. Volevano dimostrare che gli aguzzini gli avevano tolto la libertà, ma loro avrebbero continuato a curarsi: «Mi faccio vedere con la schiena dritta anche se mi ammazzeranno», tutti pensavano di andare a finire nella camera a gas. Molti si abbandonavano, diventavano pazzi. Tutti gli ebrei presenti andarono a finire nei campi di sterminio».

Sebbene goda di uno status privilegiato, Del Debbio non ha dimenticato le umili origini.

«Il punto centrale è la felicità con poco. Vivere con due persone, babbo e mamma, che avevano passato la guerra. Avendo avuto nulla, il poco era già tantissimo. Questa cosa qua, non è che ce la dicevano, ma la vedevamo. Erano sempre felici. Avevano rispetto di quello che avevamo. Se lasciavi nel piatto qualcosa da mangiare a pranzo, te lo ritrovavi a cena. E poi il giorno dopo. Ricordo un piatto di carciofi che ho mangiato per due giorni e mezzo, poi li ho finiti o diventava un incubo».

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