Etica, impresa e diritto

Le aziende devono comportarsi bene?

hm, ats

29.7.2021 - 19:00

Le società anonime vanno gestite con principi di etica?
Keystone

Ha senso obbligare le aziende, sulla base del diritto societario, a comportarsi in modo moralmente ineccepibile? No, risponde uno dei più grandi esperti svizzeri di normative aziendali, Peter V. Kunz.

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29.7.2021 - 19:00

Lo specialista critica apertamente le disposizioni a suo avviso estranee al sistema, come quelle sulle rappresentanza femminile nei consigli di amministrazione e nelle direzioni.

«Abbiamo in Svizzera ben 220'000 società anonime, dalle piccole imprese ai grandi gruppi quali Nestlé e Novartis», spiega il professore di economia dell'Università di Berna in un'intervista pubblicata oggi dalla Weltwoche. «Penso che sia sbagliato cercare di forzare le imprese a comportarsi moralmente – qualunque cosa questo significhi – attraverso la legislazione. I valori guida per la rappresentanza femminile nel management non rendono le società anonime più a misura di donna».

Secondo Kunz sussiste un problema di fondo. «Nessuno sa cosa sia etico, cosa sia moralmente corretto. Chi deve deciderlo, esperti onniscienti, studiosi?», si chiede il giurista. «Dopo tutto, la moralità è un concetto individuale. Ognuno ne ha una comprensione separata e personale e su questo sfondo dico: il metro di misura del comportamento aziendale deve essere principalmente la legalità. La legge deve quindi indicare chiaramente ciò che è legale e quello che non lo è.»

Ma l'economia non andrebbe completata con l'etica? «Queste sono illusioni, idealistiche o ideologiche», risponde l'intervistato. «Non c'è un comportamento morale o etico in una società anonima, né in una cooperativa, al massimo sussiste nelle persone che vi sono dietro. Se il legislatore vuole porre dei paletti morali è destinato a fallire».

Stando a Kunz oggi circolano parole alla moda come legittimo, equo, giusto, sociale. «In tal modo vengono applicati parametri pericolosi: la mia critica centrale allo sviluppo del diritto commerciale svizzero è che nel comparto societario non ci si concentra più sui principi fondamentali, cioè sulla protezione degli azionisti e dei creditori. Si fanno invece strada preoccupazioni socio-politiche: questioni estranee come la sostenibilità o le considerazioni sulla diversità ricevono sempre più spazio».

Questo modo d'agire, secondo il direttore dell'Istituto di diritto economico dell'Università di Berna, soddisfa i politici, specie di sinistra, che possono dire di aver fatto qualcosa per le loro clientele. «Non c'è niente di più bello di criticare gli altri, di dire alle cattive grandi aziende come svolgere i loro affari. Ed è abbastanza attraente distribuire il denaro degli altri secondo le proprie preferenze. Tutto questo è diventato molto comune in politica».

Per il 57enne nel mondo politico e presso diversi media viene operata una divisione schematica fra buoni e cattivi. «Le società anonime tendono ad essere malvagie, le grandi aziende ancora di più, mentre le cooperative, curiosamente, sono considerate buone». E sì che per esempio a suo avviso l'ondata di verde nelle imprese non ha basi etiche. «La regole sul clima probabilmente aumenteranno ancora fortemente, magari per anni, ma bisogna anche rendersi conto che nessuna azienda segue questo processo per ragioni morali o per convinzione, lo fa per opportunismo». Le banche partecipano al riequilibrio climatico della finanza perché, in primo luogo, hanno paura delle critiche o dei boicottaggi, e in secondo luogo perché vedono la domanda di affari con standard ESG (environmental, social and governance, cioè ambientali, sociali e di buon governo d'impresa) in piena espansione e guadagnano bene con questi aspetti.

Critiche vengono mosse anche al campo borghese. «In passato gli esponenti del PLR si sarebbero interrogati criticamente sul senso dei requisiti in materia di diversità o sui rapporti su sostenibilità e diritti umani, ma oggi si trattengono per paura di un'eco negativa. Da qualche anno, il partito si sta orientando sempre più verso lo stato», si rammarica Kunz.

Anche perché, appunto, c'è da guadagnare. «I chiari vincitori sono per esempio gli avvocati e l'intera industria della consulenza. I moderni modelli di remunerazione e i rapporti sempre più complessi stanno dando vita a una nuova industria. Scrivere documenti, fare presentazioni, questo è ciò che dà mandati. Un maggior numero di regolamenti porta anche a più violazioni delle norme e controversie legali».

«Negli ultimi dieci anni abbiamo effettivamente vissuto un forte cambiamento, con il passaggio da una società liberale a una società – e anche un'economia – sempre più anti-liberale e orientata allo stato», prosegue lo specialista. «Il fatto che molti professori pagati dallo stato non vedano questo sviluppo come un problema, ma piuttosto lo sostengano, non è sorprendente».

Il pendolo sta però per battere nell'altra direzione. «Ne sono convinto: l'attuale spirito del tempo nel mondo degli affari, della politica e dei media è plasmato dai 40-50enni, persone che sono molto fedeli allo stato. Ma vedo che le giovani generazioni, e non da ultimo i miei studenti, sono di nuovo molto più consapevoli del fatto che non si può solo aspettare che lo stato ti sostenga. Sono abbastanza sicuro che tra una quindicina d'anni, le opinioni minoritarie di oggi saranno di nuovo dominanti», conclude il giurista con laurea a Berna e ulteriori studi fra l'altro a Washington.

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