Premio Nobel

Da Neanderthal al Covid, ecco cosa ha scoperto Pääbo, «l'archeologo» del DNA

SDA

4.10.2022 - 04:00

Meno di 20 anni fa sembrava un'impresa impossibile estrarre il Dna degli antichi cugini dell'uomo, come i Neanderthal, ma oggi è solo l'inizio della nuova strada della ricerca aperta grazie a Svante Pääbo, premiato con il Nobel per la Medicina lunedì.

Sarebbero stati gli uomini di Neanderthal gli autori delle pitture rupestri più antiche di cui si è a conoscenza attualmente, vecchie di 65'000 anni.
Sarebbero stati gli uomini di Neanderthal gli autori delle pitture rupestri più antiche di cui si è a conoscenza attualmente, vecchie di 65'000 anni.
KEYSTONE/AP/MARTIN MEISSNER

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4.10.2022 - 04:00

Una via sempre più promettente e piena di sorprese, aperta nel 1997 con l'estrazione del Dna dei Neanderthal.

«Estrarre e sequenziare un Dna datato – aveva detto lo stesso Pääbo – non è un'impresa facile come sembra, in quanto i fossili usati sono in generale contaminati da materiale genetico di batteri e di persone che li hanno manipolati».

Scoperto l'uomo di Denisova

Ci sono voluti anni di lavoro, ma ne è valsa la pena. Quando, nel 2006, la mappa del genoma dei Neanderthal era quasi completata, Pääbo aveva detto che avrebbe permesso di «capire cosa sia successo dal punto di vista evolutivo tra l'Homo sapiens e i nostri cugini più prossimi».

È quanto è accaduto negli anni successivi, dalle prime differenze osservate fra il cromosoma maschile Y dell'uomo di Neanderthal e dell'uomo moderno alla scoperta, nel 2010, dei primi frammenti del Dna dei Neanderthal ancora presenti nel genoma umano.

Sempre del 2010 è la scoperta di un nuovo cugino dell'uomo moderno, l'uomo di Denisova, grazie al Dna estratto dal frammento di un osso scoperto in Asia, nei Monti Altai.

Le prime prove di incrocio tra Sapiens e Neanderthal

Nel 2013 un articolo sulla rivista Nature, firmato da Pääbo, annunciava la mappa genetica ricostruita grazie al Dna estratto dal fossile di un ominide vissuto 400.000 anni fa e scoperto in Spagna.

Tre anni più tardi quel Dna antichissimo, il più antico mai analizzato, ha rivelato l'identikit dei Neanderthal più primitivi mai ritrovati, aggiungendo nuove tessere al mosaico dell'evoluzione umana.

Altre tessere ancora sono state aggiunte via via che il Dna ha portato alla luce gli incroci fra gli antichi cugini dell'uomo, come Neanderthal e Denisovani.

La pancetta? Colpa di Neanderthal

Le tecniche messe a punto dal gruppo di Pääbo sono diventate così sofisticate che nel 2017 hanno permesso di estrarre il Dna antico anche nei siti in cui non c'erano resti umani, ma dai sedimenti.

Quest'ultimo filone di ricerca ha portato a scoprire Vindija, una neanderthaliana vissuta circa 52.000 anni fa nell'attuale Croazia, nel cui Dna ci sono i segni dei primi incontri fra Homo sapiens e Neanderthal.

La ricerca è andata avanti fino a capire come lo zampino dei geni dei Neanderthal che sopravvivono in noi sia presente in alcuni tratti fisici, come il colore della pelle e dei capelli o la tendenza ad accumulare la pancetta, fino alla predisposizione a malattie come schizofrenia e Covid-19.

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