Pipistrello, pangolino, pollame… gli animali che ci trasmettono dei virus

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5.4.2021

Secondo l'Organizzazione mondiale della salute animale, il 60% delle malattie infettive umane sono zz maladies infectieuses humaines sont zoonotiche, ovvero hanno origine in altro animale.
Secondo l'Organizzazione mondiale della salute animale, nel 60% dei casi le malattie infettive umane sono zoonotiche, ovvero hanno origine in un altro animale.
Vicky_Chauhan / Getty Images

L'OMS giudica «probabile» che un animale abbia fatto da intermediario per la trasmissione del Sars-CoV-2, confermando che numerosi animali fungono da ospiti per virus che infettano poi l’uomo. Quali specie trasmettono questi virus? Da dove potrebbero venire le prossime pandemie?

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5.4.2021

La maggior parte delle malattie umane

Secondo l’Organizzazione mondiale della salute animale, nel 60% dei casi le malattie infettive umane sono zoonotiche, ovvero hanno origine in un altro animale.

Questa percentuale sale addirittura al 75% per le malattie infettive emergenti, secondo uno studio britannico pubblicato nel 2001, che fa da riferimento.

Tra gli agenti patogeni responsabili di queste malattie, uno su sei sarebbe un virus, un terzo un batterio, un altro terzo i vermi parassiti, e per circa il 10% i funghi microscopici, secondo quanto indica questo studio.

Il pipistrello: sospetto ideale?

I pipistrelli giocano il ruolo di ospite per un gran numero di virus che toccano gli umani, ospitandoli senza ammalarsene.

Alcuni sono conosciuti da lunga data, come il virus della rabbia, ma molti sono emersi in questi ultimi anni: Ebola, il coronavirus della Sars, il Sars-CoV-2 o ancora il virus Nipah, apparso in Asia nel 1998.

I pipistrelli «sono sempre stati dei buoni portatori di diversi virus, ma prima, avevamo pochissimi contatti» con queste specie, spiega all'AFP Eric Fèvre, professore di malattie infettive veterinarie all’Università di Liverpool (Regno Unito) e all'International Livestock Research Institute (Kenya).

La regressione delle foreste tropicali, la progressione delle città e delle superfici coltivate, combinate agli effetti del cambiamento climatico, avvicinano questi animali alle zone abitate e li spingono a «interagire sempre di più con le popolazioni umane», osserva.

Il furetto, il visone e la donnola

Un’altra famiglia di mammiferi, i mustelidi (tassi, furetti, visoni, donnole...), è spesso considerata causa delle zoonosi virali, e in particolare quelle provocate dai coronavirus.

Anche la civetta è stata indicata come l’ospite intermediaria per la sindrome respiratoria acuta severa (Sars), che ha fatto 774 morti nel mondo nel 2002-2003. Il coronavirus della Sars è stato trovato in alcune civette, ma non è tuttavia ancora stato stabilito che sia stato proprio questo piccolo carnivoro vicino alla mangusta ad aver trasmesso il virus agli umani.

La contaminazione di allevamenti di visoni attraverso il Sars-CoV-2 ha mostrato che la specie poteva essere infettata da alcuni portatori umani. Ma non è stato dimostrato il contrario.

Il pangolino: innocente?

All’inizio dell’epidemia di Covid-19, quest’animale minacciato di estinzione viene designato da alcuni ricercatori cinesi come «possibile ospite intermedio», considerata la prossimità delle sequenze genetiche del Sars-CoV-2 e di un coronavirus che infetta il pangolino. Ma se questo mammifero a scaglie è l’ospite naturale di numerosi virus, il suo ruolo nella trasmissione del Sars-CoV-2 non è sicuro.

Lo studio congiunto degli esperti dell’OMS e cinesi, reso pubblico a fine marzo, non ha permesso di chiarire i dubbi.

«Tra i virus provenienti dai due mammiferi (pipistrello e pangolino, ndr) identificati fino ad ora, nessuno è sufficientemente simile al SARS-CoV-2 per essere considerato come il suo antenato diretto», scrivono gli esperti.

È anche possibile che la risposta non arrivi mai. «Per fare davvero la genealogia (del Sars-CoV-2), bisognerebbe vedere l’antenato comune, cosa che non avremo mai», stima il Professor Fèvre.

«Dopo un anno, siamo sempre alle stesse domande», dichiara sconfortato Serge Morand, ecologo della salute al CNRS, sottolineando che una vicinanza genetica non basterebbe comunque alla dimostrazione. «Ci vogliono anche delle ipotesi ecologiche, che ci spiegano come un pangolino abbia potuto incontrare un pipistrello: non in un mercato», dice.

Gli altri mammiferi

«Da un punto di vista storico, il nostro fardello virale è essenzialmente proveniente da animali di allevamento», sottolinea Serge Morand.

Il virus del morbillo, oggi totalmente umano, è infatti proveniente dall'adattamento di un virus che colpiva i bovini durante il Medioevo.

Anche il maiale gioca spesso il ruolo di ospite intermediario, per i virus influenzali o in particolare per il Nipah.

Quest’animale, sensibile ai virus umani, è ugualmente propizio alle ricombinazioni. Questo è probabilmente quel che è successo durante la pandemia di H1N1 nel 2009-2010, inizialmente qualificata come «Influenza suina», con un bilancio stimato tra 152'000 e 575'000 morti: il ceppo del virus sarebbe emerso da un maiale portatore al tempo stesso di un virus influenzale aviario e di un virus influenzale umano.

Il virus della rabbia, trasmesso da cani e volpi infettate, diverso da quello del pipistrello, è dal canto suo responsabile della grande maggioranza dei 59'000 decessi annuali nel mondo provocati da questa malattia.

Fra i mammiferi selvaggi, le grandi scimmie sono state ospiti intermedi dell'HIV (a partire dal virus dell'immunodeficienza delle scimmie, o SIV) e dell'Ebola, mentre il dromedario sembra «un ospite maggiore del MERS-CoV e una fonte animale dell'infezione nell'uomo», anche se «il ruolo preciso giocato questi animali nella trasmissione del virus e la modalità esatta di trasmissione non sono conosciuti», sottolinea l'OMS.

Anche i roditori sono noti per essere gli animali ospiti di alcune epidemie che attaccano gli umani, come la febbre emorragica di Lassa, endemica in diversi paesi dell’Africa orientale.

Uccelli selvatici e domestici

Influenza spagnola del 1918-1919, influenza «asiatica» nel 1957, influenza «di Hong Kong» undici anni dopo, influenza H1N1 nel 2009: tutti i virus responsabili di grandi pandemie influenzali hanno un’origine aviaria, diretta o indiretta.

Altri due ceppi di influenza aviaria, H5N1 tra il 2003 e il 2011, poi H7N9 dal 2013 hanno dato luogo in Asia a contaminazioni per contatto diretto con il pollame infetto, e a rarissimi casi di trasmissione interumana.

I volatili selvatici possono costituire il punto di partenza di queste epidemie, e gli uccelli d’allevamento giocano spesso il ruolo di «popolazioni amplificatrici», osserva Eric Fèvre, perché la densità del bestiame, costituita da uccelli «geneticamente molto simili, li rende molto «ricettivi» al virus.

Delle mutazioni possono in seguito favorire il loro passaggio agli umani, come per il virus H5N8, presente in numerosi allevamenti europei da alcuni mesi, e che è stato rilevato a febbraio in Russia su sette operai di una fabbrica di pollame.

A questo stadio, il virus non è tuttavia ben adattato al suo nuovo ospite, ed è necessario un contatto ravvicinato con l’uccello o i suoi escrementi perché si produca la contaminazione. Ma altre mutazioni potrebbero rendere possibile una contaminazione tra gli umani.

Le operazioni di abbattimento puntano allora a impedire al virus di guadagnare terreno presso gli animali, e a sradicare una base da cui potrebbe sorgere una nuova pandemia.

Zanzare e zecche

Il termine di «zoonosi» nel senso stretto concerne gli animali vertebrati, ma gli insetti come le zanzare e gli artropodi come le zecche sono vettori di numerose malattie virali che colpiscono gli umani.

La zecca trasmette in particolare la febbre emorragica di Crimea Congo, mentre le zanzare trasportano i virus responsabili della febbre gialla, del chikungunya, della dengue, dello zika o ancora il virus del Nilo occidentale e la febbre della Rift Valley.

La prossima pandemia

Nell’ottobre 2020, il gruppo di esperti dell'ONU sulla biodiversità (IPBES) avvertiva che le pandemie stavano «emergendo più spesso, diffondendosi più rapidamente, uccidendo più gente».

Innanzitutto perché il bacino è immenso: secondo alcune stime pubblicate sulla rivista Science nel 2018, esisterebbero 1,7 milioni di virus sconosciuti in mammiferi e uccelli, e un numero compreso tra 540'000 e 850'000 di essi «avrebbe la capacità di infettare gli umani».

Ma soprattutto, l'espansione delle attività umane e le interazioni maggiori con la fauna selvatica aumentano il rischio che virus capaci di infettare l’essere umano «trovino» il proprio ospite.

«Non sappiamo quando, come e dove» sorgerà la prossima pandemia, riassume Serge Morand. Secondo lui, in questo contesto, l’urgenza è prima di tutto quella di «ripensare il nostro legame con gli animali selvatici e domestici».