Il G7 sfida la Cina: «Indagine sull'origine del virus»

SDA

10.6.2021 - 21:31

US President Joe Biden, left, poses for a photo with Britain's Prime Minister Boris Johnson, during their meeting ahead of the G7 summit in Cornwall, Britain, Thursday June 10, 2021. (Toby Melville/Pool Photo via AP)
Il presidente USA Joe Biden e il premier britannico Johnson durante un incontro precedente al vertice G7 in Gran Bretagna.
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Il G7 sfida la Cina chiedendo una nuova indagine sull'origine del virus che ha messo in ginocchio il mondo. 

SDA

10.6.2021 - 21:31

Il primo tassello della strategia del presidente americano Joe Biden per ricompattare un fronte sfaldato dal suo predecessore e renderlo in grado di affrontare unito Pechino è una mossa squisitamente trumpiana: quell'accusa sul «virus cinese» che sarebbe sfuggito dal laboratorio di Wuhan.

Del resto l'inquilino della Casa Bianca ha annunciato subito che l'obiettivo del G7 sarebbe stato quello di fare fronte comune contro il Dragone.

E l'appello dei leader che chiedono all'Organizzazione mondiale della sanità (OMS) un'indagine più approfondita è un primo passo (forse il più semplice) in quella direzione.

Un segnale che Pechino non ha incassato in silenzio: nelle stesse ore ha infatti varato una nuova legge contro le sanzioni imposte da paesi stranieri che prevede tra l'altro «il rifiuto del visto, l'espulsione, il sequestro e il congelamento di beni» a chi aderirà alle misure «contro imprese o funzionari cinesi».

Ma l'obiettivo di Biden è anche quello di dare un segnale forte nella lotta alla pandemia, facendo tornare gli Stati Uniti leader nel mondo. «Gli Stati Uniti – ha detto dopo il faccia a faccia con Boris Johnson a Carbis Bay, in Cornovaglia – saranno l'arsenale dei vaccini per combattere il Covid in tutto il mondo». Ed ha assicurato che gli Usa hanno un piano per rifornire vaccini a tutti, definendo storica la donazione di 500 milioni di dosi già annunciata ieri dalla Casa Bianca.

Un debutto da «America is back»

Un debutto da «America is back», dunque, per il suo primo vertice in presenza, mentre il lavoro dell'amministrazione americana per arginare la corsa (non solo economica) della Cina si muove su più piani. Ne sono una prova i colloqui tra la rappresentante degli Stati Uniti per il commercio Katherine Tai e il ministro di Taiwan John Deng per concordare un incontro del Trade And Investment Framework Agreement Council. Un altro modo per far innervosire Pechino, in attesa dell'incontro del presidente americano con i leader del G7.

Se infatti la proposta dell'appello ha immediatamente compattato i protagonisti del summit, più dura sarà convincere i leader europei a tagliare i ponti con Pechino, con la quale gli interessi economici in comune sono fortissimi. Un esempio per tutti i rapporti con Berlino: la Cina è il più grande mercato dell'export tedesco. Ma anche con l'Italia. E non è un caso che Biden avrà un bilaterale con la cancelliera Angela Merkel e un faccia a faccia, sabato prossimo, con il premier Mario Draghi.

L'unità di intenti non manca ed è stata ribadita dalla presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen: «Cina e Russia – ha detto – sono fonti di particolare preoccupazione. Il G7 è unito e determinato a proteggere e promuovere i nostri valori e rafforzare il multilateralismo». Ma si scontra sempre con gli interessi economici che passano per l'importante accordo commerciale siglato tra UE e Cina.

Il punto di partenza? La pandemia

Il punto di partenza che unisce tutti resta dunque la pandemia. Gli USA del resto da tempo mostrano scetticismo sui dati giunti dalla Cina tanto che Biden a fine maggio ha chiesto all'intelligence americana un rapporto dettagliato entro 90 giorni per arrivare «ad una conclusione definitiva» sull'origine del Covid.

E l'UE ha ribadito quanto sia importante sapere quali siano state le origini del virus e la necessità che «chi conduce l'inchiesta abbia pieno accesso alle informazioni e ai luoghi».

Ma al centro del summit ci sarà anche, naturalmente, l'impegno sull'ambiente. I leader stanno cercando l'accordo per un ambizioso piano per tagliare le vendite di automobili a benzina e diesel e renderle – entro il 2030 o ancora prima – una minoranza rispetto ai veicoli verdi come quelli elettrici.