La «cultura dell'omicidio mirato», ovvero il mito dell'assassinio pulito

Philipp Dahm

27.1.2020

Dei soldati francesi preparano un drone Reaper con un missile, nel dicembre del 2019 in Niger.
Keystone

Gli attacchi omicidi effettuati con l'aiuto di droni, come nel caso di Qassem Soleimani, sono al giorno d'oggi diventati qualcosa di normale, secondo uno studio che analizza il segreto di Stato, la propaganda, e anche i media.

I cosiddetti «omicidi mirati» effettuati per mezzo di droni, come nel caso del generale iraniano Qassem Soleimani, sono diventati la norma. È ciò che dimostra uno studio realizzato dall'organizzazione Drone Wars, che ha analizzato gli attacchi di questo tipo, e le reazioni ad essi, tra il 2015 e il 2018.

«È incontestabile il fatto che i droni abbiano favorito e normalizzato una cultura dell'omicidio mirato», riassume Chris Cole, direttore di Drone Wars, in un'intervista concessa al quotidiano britannico «The Guardian». Tale cultura «erode le norme del diritto internazionale e rende il mondo più pericoloso», aggiunge l'esperto.

Secondo lo studio, sono tre le ragioni che permettono di spiegare perché notizie come quella trapelata nel febbraio del 2017, quando fu pubblicata una lista britannica di obiettivi di operazioni effettuate tramite droni, non suscitino più particolari reazioni. Innanzitutto, grazie al segreto di Stato, alcune operazioni possono anche non essere mai rivelate al pubblico.

La protezione civile punta sui droni e forma piloti al loro utilizzo

Inoltre, quando una di esse viene svelata o deliberatamente resa pubblica, i responsabili normalmente reagiscono contrapponendo elementi di propaganda al fine di giustificare un assassinio.

Ed è qui che entra in gioco il terzo fattore, precisa lo studio: se i media riportano tali posizioni senza apportarvi alcuna critica, incoraggeranno di fatto un sentimento di indifferenza generale nei confronti della questione.

Questi attacchi, le cui basi appaiono fragili dal punto di vista giuridico, sono tuttavia oggetto di discussioni, secondo lo studio. In termini semplici, gli omicidi mirati sono considerabili legali soltanto nel caso in cui siano effettuati per difendersi da un pericolo imminente. Il problema è che, nella pratica, la valutazione della pericolosità o dell'urgenza di una situazione è soggetta ad inevitabili interpretazioni.

Più droni, più operazioni

Secondo uno studio realizzato lo scorso anno, 95 dei 101 Stati analizzati hanno a disposizione dei droni nei loro arsenali, rispetto ai 60 che si contavano nel 2010. Gli apparecchi provengono da Stati Uniti, Israele e Cina, e in questo momento sono impiegati in particolare in Medio Oriente: ultimamente, un attacco con i droni effettuato dai ribelli houti contro una moschea dello Yemen avrebbe provocato più di 80 morti.

Il Pentagono sta impiegando in combattimento un numero crescente di droni: tra il 2001 e il 2009, durante la presidenza di George W. Bush, sono stati effettuati 51 attacchi con tali apparecchi, secondo le stime del Bureau of Investigative Journalism.

Durante l'epoca di Barack Obama, fino al 2016, il dato è cresciuto esponenzialmente, arrivando a 1878 attacchi, mentre Donald Trump ne avrebbe ordinati da solo 2243 nel corso dei primi due anni del suo mandato. 

Inoltre, anche se dovrebbe essere avviata un'ampia discussione su questi apparecchi della morte, c'è un problema, secondo lo studio: quasi nessuno conosce il numero di vittime delle operazioni effettuate con i droni. E non parliamo soltanto di obiettivi militari, ma anche e soprattutto dei cosiddetti danni collaterali. Termine con il quale vengono indicate le vittime involontarie e gli effetti indesiderati degli attacchi, e che è stato impiegato per la prima volta a partire dal 1999, in occasione della guerra in Kosovo.

Statistiche confidenziali

Negli Stati Uniti, di fronte a questa politica del silenzio si sta organizzando una resistenza: «Il governo non fa altro che nascondere l'identità dei propri obiettivi e le ragioni per le quali essi vengono uccisi», accusa Daphne Eviatar, di Amnesty International, attraverso il sito «The Hill». «Non sappiamo neppure se vengano o meno effettuate inchieste serie di fronte alle accuse di vittime civili. E di conseguenza, non sappiamo se il governo stia capendo in che modo si possa migliorare la salvaguardia dei civili negli attacchi successivi».

I vantaggi che presentano i droni sono evidenti: non viene esposta una vita umana alla contraerea. E di conseguenza non è necessario investire finanziariamente nella formazione di un nuovo pilota. In generale, si può dunque limitare fortemente il quantitativo di personale impiegato e la durata in servizio può essere garantita a tempo indeterminato.

Un drone «Predator» in servizio.

Ma soprattutto, al termine di una missione, i piloti dei droni possono rientrare a casa dalle loro famiglie, spesso a migliaia di chilometri, anziché raggiungere i soldati nelle zone di conflitto. Tuttavia, la guerra a distanza presenta anche degli inconvenienti. 

A partire dal 2013, infatti, uno studio ha dimostrato che la sindrome da stress post-traumatico colpiva altrettanto spesso sia i soldati dell'esercito o della marina che i piloti di droni. Questi ultimi sviluppano una forma specifica di questo disturbo, chiamata «sindrome del cecchino» o «sindrome della guerra del Golfo». 

Danni psicologici: la sindrome del cecchino

La sindrome del cecchino rinvia alla «ferita emotiva» causata dall'assassinio di un individuo che, a causa della distanza, non rappresenta un pericolo immediato per chi spara. Un fatto che vale a maggior ragione per chi pilota i droni. Tanto più che questi ultimi osservano l'obiettivo per parecchi giorni prima di agire, arrivando a stabilire con esso una relazione, immergendosi nella sua quotidianità, come constatato dall'emittente statunitense ABC.

Allo stesso modo, un «jackpot», nome assegnato nel mondo dei piloti all’assassinio riuscito di un obiettivo, non procura gioia.

Spesso, avviene anche un «touchdown». Ciò significa che il telefono cellulare dell’obiettivo, che era stato puntato al momento del tiro, è stato neutralizzato. Se le munizioni mancano il loro obiettivo ma ne uccidono altri, i piloti di droni parlano di EKIA – «enemy killed in action».

Quest’ultimo caso specifico non è per nulla raro: «The Intercept» stima che nove vittime di droni su 10 non siano neppure state puntate dall’attacco. In questo caso non si può tuttavia parlare di danni collaterali.

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