Uomini forti e la «fine della democrazia»

Gil Bieler

19.9.2019

I valori fondamentali della democrazia sono sempre più a rischio per colpa di dirigenti politici come Donald Trump, Recep Tayyip Erdoğan e Boris Johnson, il che spinge i cittadini a scendere in piazza per manifestare. La democrazia è in crisi? «Bluewin» ha intervistato un’esperta.

La storia della democrazia risale forse alla Grecia antica e di certo non è terminata. Si potrebbe tuttavia convenire sul fatto che, oggi, ne stiamo vivendo un capitolo particolare: crolli dei sistemi democratici si manifestano in un numero di Paesi inedito dall’inizio dell’era industriale. Ad indicarlo sono i dati dell’istituto di ricerca V-Dem dell’università di Göteborg, in Svezia.

Gli esperti che vi lavorano si occupano di analizzare l’evoluzione della situazione politica mondiale dal 1900 ad oggi. Nel loro rapporto annuale per il 2018, indicano che in 24 nazioni - tra le quali «pesi massimi» come gli Stati Uniti, l’India e il Brasile - alcune forze politiche sono attualmente impegnate nel tentativo di indebolire la democrazia.

Non sorprende perciò il fatto che, in diversi luoghi, molte persone scendano in piazza per protestare, chiedendo di avere maggiore voce in capitolo. Da Mosca, a Hong Kong, fino a Londra, i cittadini si oppongono al fatto che i governi abbiano intenzione di assumere (o abbiano già assunto) decisioni alle loro spalle.

E in Svizzera? Lo scorso anno il tasso di partecipazione medio degli elettori in occasione delle votazioni federali è stato del 43,7%. Il che significa che più della metà dell’elettorato ha dimostrato di «non avere voglia» di far sentire la propria voce, come direbbe il presidente della Confederazione Ueli Maurer. Il mondo alla rovescia?

Numerosi cittadini europei hanno forse dimenticato come apprezzare la «magia» della democrazia, afferma Anna Lührmann, vice-direttrice dell’istituto V-Dem. Il fatto che la democratizzazione abbia portato la pace tra le nazioni è certamente un fatto ampiamente riconosciuto, aggiunge la politologa tedesca nel corso dell’intervista rilasciata a «Bluewin». Tuttavia - ammette - le persone dimenticano facilmente che ciò si applica anche «all’interno» di uno Stato: «Un cambiamento al potere deve poter essere effettuato in modo pacifico. Un gruppo cede il timone ad un altro senza violenza. Il che è, in realtà, qualcosa di miracoloso».

Anna Lührmann
La politologa Anna Lührmann è vicedirettrice dell'Istituto di ricerca V-Dem dell'Università di Göteborg. Dal 2002 al 2009, ha fatto parte del Bundestag tedesco come rappresentante dei Verdi.

Foto: Gothenburg University

Eppure, a livello mondiale, la bilancia pende nella direzione opposta: i ricercatori svedesi parlano di «una terza ondata verso l’autocrazia», ovvero di un processo nel quale diritti fondamentali come le elezioni libere, la libertà di stampa e la separazione dei poteri vengono ridimensionati, mentre il potere della classe dominante cresce.

Cosa preoccupante, per la prima volta dal 1978 sono di più i Paesi in cui la democrazia si indebolisce rispetto a quelli in cui si rafforza. E, sempre per la prima volta, tale fenomeno riguarda anche nazioni che si sono dotate di strutture democratiche solide.

Signora Lührmann, stiamo vivendo la fine della democrazia?

Non userei toni così drammatici. Ciò che viviamo, è un periodo di erosione della democrazia. E in certi Paesi si può parlare già di fine della democrazia: in Turchia e in Russia, ad esempio. In questi due Stati, le elezioni non sono più libere ed eque. È chiaro fin dall’inizio che sarà il governo a vincere. In altre nazioni colpite da tendenze autocratiche, diversi attori - in particolare i governi - tentano in modo evidente di compromettere la democrazia, anche se all’istituto V-Dem li consideriamo ancora come sistemi democratici.

La tendenza generale mostra però che le forze antidemocratiche prendono il sopravvento. Ciò la preoccupa?

Assolutamente. È particolarmente allarmante poiché in molti Paesi si stanno instaurando dei circoli viziosi. Negli Stati Uniti, ad esempio, assistiamo ad una polarizzazione radicale della società, ad una divisione in campi ostili l’un l’altro. Sarà molto difficile invertire tale processo. È per questo che sono preoccupata.

Secondo le sue ricerche, un processo autocratico difficilmente può essere arrestato, una volta che è stato avviato.

Esattamente. Anche se va detto che i processi autocratici che abbiamo potuto esaminare in passato si sono prodotti in Paesi nei quali la fase democratica è stata breve. Ciò che invece constatiamo oggi è che anche le democrazie forti sono coinvolte. Ciò può voler dire che un’inversione è possibile. Anche se si possono citare degli esempi come quello della Repubblica Ceca, nella quale sono state organizzate proteste di massa contro il capo del governo populista. Il che mi rende ottimista, perché significa che gran parte della popolazione resta attaccata alla democrazia e scende in piazza per difenderla. Oppure, prendiamo l'esempio della Gran Bretagna...

… nella quale il primo ministro Boris Johnson ha esautorato il Parlamento.

Esatto, molte persone sono scese spontaneamente in piazza.

Quali sono i fattori che fanno scivolare una democrazia verso l’autocrazia?

Si possono osservare tre elementi. In primo luogo, c’è generalmente una qualche forma di crisi. Essa può essere economica o culturale, come in Polonia, dove alcune regioni dai valori piuttosto conservatori non si sentono prese in considerazione dalle élite. Ciò dà luogo al secondo elemento, ovvero l’emergere di nuovi attori che ne approfittano e ottengono consenso. Come nel caso di Donald Trump negli Stati Uniti. E infine, se questo personaggio politico riesce a prendere il potere, deve tentare di minare le istituzioni.

Trump ci sta riuscendo?

Possiamo dire che le istituzioni statunitensi riescono a tenere testa a Trump. I tribunali, il Parlamento, i media, la società civile: tutti questi attori contribuiscono ad impedirgli di fare solo di testa propria. Così, il processo autocratico non procede tanto velocemente come nel caso della Russia.

In Ungheria e Polonia, però, esso è già più avanzato.

Ma ciò è dovuto al fatto che questi Paesi sono partiti da livelli più bassi. Se si osservano le democrazie di Ungheria e Polonia nel momento in cui il Fidesz e il PiS sono arrivati al potere, si nota che entrambe le nazioni erano un po’ meno avanzate rispetto agli Stati Uniti. E hanno anche una storia democratica più breve. Ciò ha certamente un impatto sulla solidità delle istituzioni.

Qualche anno fa, anche nel mondo arabo i cittadini sono scesi in piazza per reclamare maggiore partecipazione. Cosa è rimasto della «primavera araba»?

La Tunisia, ad esempio, oggi è una democrazia, anche se deve fronteggiare ancora dei problemi. È un processo appassionante da osservare. E, in altri Paesi, i cittadini sanno che tentare di porre un freno ai governi può dare i propri frutti. Anche se ciò non si realizza al primo tentativo, rimane comunque un ricordo storico impresso nello spirito della popolazione.

Come dobbiamo intendere questo ricordo storico?

Il Sudan rappresenta un buon esempio. Nella storia del Paese sono state organizzate per tre volte delle proteste di massa: al termine di ciascuna di esse, le dittature militari sono state rovesciate, sebbene le cose non abbiano mai funzionato bene con un governo democratico. Quest’anno, però, ci sono state nuove grandi proteste, che sono durate parecchi mesi. I cittadini si sono detti: «Anche noi possiamo fare ciò che hanno fatto i nostri genitori e i nostri nonni». È questo che intendo parlando di ricordo storico ed è qualcosa di molto importante.

È per questo che sconsiglio di optare per un approccio fatalista. Se il tentativo non ha funzionato una prima volta, ci si può comunque basare su ciò che si è ottenuto in altre occasioni. La democratizzazione non è un processo lineare. In Germania, ad esempio, si potrebbe prendere in considerazione l’esperienza della repubblica di Weimar, nel corso della quale si tentava di introdurre la democrazia. Dagli errori del passato si può imparare.

In Europa, le correnti populiste hanno in questo momento il vento in poppa. Il nostro sistema democratico è malato?

Non credo. Date un’occhiata ai temi attorno ai quali i populisti mobilitano i loro sostenitori: si tratta innanzitutto della xenofobia e della resistenza alle modernizzazioni culturali, come nel caso delle aperture agli omosessuali o dell’aumento delle pari opportunità tra uomini e donne. Il successo dei populisti è fortemente legato a tali questioni, anche se ovviamente si pongono anche come oppositori del sistema politico. Ma la riflessione che occorrerebbe certamente affrontare in Europa è piuttosto in merito a come permettere ad un numero più ampio di persone di partecipare al processo politico.

La democrazia diretta come quella Svizzera può rappresentare un metodo appropriato?

Sì, ad esempio. Tuttavia, anche la Svizzera ha avuto a che fare con i populisti: non so quindi se il voto popolare sia una panacea. Penso più a dei partiti più moderni, che rendano la partecipazione più interessante per i cittadini. Penso anche ad un più grande coinvolgimento delle popolazioni a livello locale e al fatto che i responsabili politici debbano parlare un’altra lingua. Devono smetterla di parlare senza dire nulla. Perché parlare come fa la gente per strada è qualcosa che i populisti sanno fare meglio.

In quanto europei, siamo anche in qualche modo annoiati dalla democrazia?

La democrazia è data per scontata. È come in un matrimonio di vecchia data: il partner è dato per scontato e, quando scompare improvvisamente, la sorpresa è grande. Con la democrazia la questione è del tutto simile: come nel caso dei matrimoni, occorre prendersene cura.

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