Fra Michele Ravetta: «A La Carità una carezza ha salvato molti dalla disperazione»

SwissTXT / pab

10.6.2020

Fra Michele Ravetta del Convento di Bigorio.
archivio Ti-Press

«Quando è morto il primo paziente da noi a Locarno, poco più che quarantenne, ci siamo detti: vedete, il virus non guarda in faccia a nessuno».

La memoria di quel periodo è ancora viva nella mente di Fra Michele Ravetta del Convento di Bigorio. Dal 16 marzo al 1° maggio ha coordinato e fornito assistenza spirituale a oltre un centinaio di pazienti nel reparto COVID–19 alla Carità di Locarno.

Insieme a lui c’erano don Jean-Luc Farine e don Marco Nichetti, che, proprio ieri, hanno celebrato una messa nella chiesa di Sant’Antonio a Locarno. Una funzione organizzata per chi non ha potuto assistere ai funerali di conoscenti e amici, che erano stati organizzati in forma privata durante i mesi dell’emergenza coronavirus.

«Non una messa da morto, ma una messa per i vivi»

Ê stato, però, anche il momento per ringraziare coloro che - in quel periodo - erano di turno in ospedale. «Si voleva fare memoria di chi non c’è più e di chi c’è ancora. E di chi sarà chiamato comunque ancora a lottare per la vita», sottolinea ai microfoni della RSI Fra Michele.

«Non una messa da morto, ma una messa per i vivi». Il suo è un messaggio di speranza: che questa crisi possa insegnarci qualcosa e rivedere il nostro rapporto con gli altri, a guardare le persone che abbiamo accanto con occhi nuovi e che dovremmo forse imparare ad amare e rispettare ancora di più.

«È stato un momento di grande commozione»

Siamo ormai nella terza fase di questo lockdown. Forse la memoria di quei giorni di marzo e i successivi inizia a essere lontana. Eppure, è importante non dimenticare cosa è successo.

«Abbiamo avuto la possibilità di incontrare persone che sono entrate ricoverate in coppia e ne è uscito uno solo, quindi da coniugati a vedovi, in pochi giorni», racconta ancora alla RSI Fra Michele Ravetta. «È stato un momento di grande commozione, penso che nessuno di noi ha nascosto le lacrime di fronte a questi avvenimenti».

Inizialmente solo, i numeri dell’emergenza crescono vertiginosamente. Fra Michele Ravetta è così affiancato da due altri cappellani, per offrire una disponibilità di 24 ore su 24. Una collaborazione con l’ospedale che ha funzionato bene.

Fra Michele, insieme ai suoi due colleghi, ha accolto e accompagnato i famigliari anche nei momenti più difficili del ricovero: «Il covid ci ha messo davanti all’impossibilità di vivere il lutto. Ti trovi a raccogliere pezzi di persone andate in frantumi».

Un virus che non risparmia nessuno

All’inizio della pandemia, si parlava spesso di una mortalità che colpiva solo una certa fascia di età. Come si è sentito al riguardo?

«Erano nate tutte una serie di riflessioni pregiudizievoli: 'Se ci sono malattie pregresse è normale che muoiano', abbiamo sentito dire, ma non è normale proprio per niente!», risponde Fra Michele Ravetta.

«Ci sono anziani che lottano per anni contro un tumore e poi muoiono di coronavirus. Ognuno ha delle battaglie personali da condurre. Abbiamo cercato di restare lontani dal cinismo e ci siamo interrogati sul fatto che sarebbe potuto arrivare anche un bambino...», conclude.

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