«Io, immunosoppressa, ho pianto all’annuncio del mio turno per il vaccino»

Sara Matasci

26.3.2021

Giubiasco: presentazione Centro cantonale di vaccinazione Covid-19. Nella foto una veduta interna del nuovo Centro Cantoale di Vaccinazione Covid-19 con 16 postazioni attive.
© Ti-Press / Pablo Gianinazzi
Due sedie, fuori da ognuna delle 16 cabine adibite per le vaccinazioni, ciascuna con il proprio numero: ecco il luogo dove attendere di essere chiamati per la somministrazione del vaccino presso il Maxicentro cantonale di Giubiasco.
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Affetta da una malattia autoimmune, che da oltre 20 anni la costringe a sopprimere il proprio sistema immunitario attraverso delle iniezioni, Sara, redattrice di blue News non ancora quarantenne, ha potuto farsi vaccinare. Ecco il racconto di quell’esperienza tanto attesa, quanto «indimenticabile».

Sara Matasci

26.3.2021

Lo ammetto: quando il farmacista cantonale Giovan Maria Zanini ha annunciato, giovedì scorso in conferenza stampa, che «da subito» sarebbero state aperte in Ticino le prenotazioni per la vaccinazione anti-covid per le persone con malattie croniche ad alto rischio mi è venuto da piangere.

Con gli occhi lucidi e ancora incredula, ho dovuto mettere in pausa la diretta streaming che stavo seguendo in TV e fare un rewind, in modo da verificare di aver capito bene. E avevo capito benissimo. 

Lo so, potrà sembrare stupido, ma era una notizia che aspettavo ormai da un anno, come tanti altri nelle mie condizioni. E questa comunicazione è avvenuta mentre stavo seguendo il momento informativo da Bellinzona anche per lavoro.

Sara Matasci
Sara Matasci
sam

Sara Matasci ha lavorato per sei anni alla RSI tra web, TV e radio, prima di passare alla redazione online del quotidiano Giornale del Popolo. Alcuni mesi dopo la chiusura della storica testata ticinese, avvenuta a maggio del 2018, ha iniziato a dare man forte alla redazione italofona di blue News.

Sono infatti una redattrice di blue News e ho una malattia autoimmune, l’artrite reumatoide, che da oltre 20 anni (ora ne ho quasi 40) mi costringe a fare settimanalmente delle iniezioni che sopprimono il mio sistema immunitario, in modo da riuscire a tenere sotto controllo le conseguenze della mia patologia, ossia dolori (anche forti) alle varie articolazioni, che nei momenti più acuti mi hanno impedito anche di fare le cose più semplici, come camminare, pettinarmi o scrivere al pc.

Diversi mesi chiusa in casa da sola per paura

Rientro quindi, appunto, nella categoria delle persone ad alto rischio, ossia quelle che – qualora dovessero prendere il COVID-19 – rischiano maggiormente (assieme agli anziani) di avere delle conseguenze gravi, anche mortali.

Ed è dunque abbastanza immaginabile come io abbia passato questo anno di pandemia: i primi mesi li ho trascorsi tappata in casa da sola (cacciando praticamente anche il mio ragazzo), dopodiché - con l'arrivo della bella stagione e la possibilità di stare all'aperto - sono ritornata a uscire, ma ovviamente la mia attenzione verso tutti e tutto era ed è maniacale.

Indosso sempre la mascherina (anche quando vado a trovare i miei genitori), tengo assolutamente le distanze e disinfetto la spesa e regolarmente pure il cellulare. E nel mio appartamento, fino all’inizio di quest’anno, non ha più messo piede nessuno.

Non ho quindi avuto alcuna esitazione e appena ho appreso la notizia dell’apertura delle prenotazioni per il vaccino sono andata sul sito del Cantone e mi sono iscritta. Anzi, non proprio subito… prima ho dovuto ovviamente seguire tutta la conferenza stampa delle autorità ticinesi e scrivere l’articolo!

Ad ogni modo, alle 16.25 del 18 marzo la mia registrazione era completata, e meno di 30 minuti più tardi, alle 16.54, avevo già ricevuto, via SMS, i miei due appuntamenti per le vaccinazioni presso il Maxicentro cantonale di Giubiasco: il primo neanche una settimana dopo, ossia l’altroieri, mercoledì 24 marzo (alle 15), e il prossimo il 21 aprile (alle 15.50).

Tutto ben organizzato, vaccinazione rapida e indolore

E così mercoledì, con circa un quarto d’ora d’anticipo (tanto era la voglia di togliermi il pensiero), mi sono presentata presso la struttura indicata (da me scelta), e – dopo un selfie di rito all’esterno – sono stata accolta all’entrata da un giovane della Protezione civile che mi ha chiesto gentilmente di preparare i vari documenti necessari: carta d’identità, tessera della cassa malati e certificato medico.

Il selfie prima della vaccinazione
Il selfie prima della vaccinazione
sam

È così iniziata un’organizzatissima trafila: entro, vengo accolta da un altro ragazzo che controlla i miei documenti e mi invita a recarmi davanti alla cabina numero 7. Mi accompagna un suo collega e mi siedo, aspettando di venire chiamata. Nemmeno il tempo di dare un’occhiata all’orologio, che già vengo convocata nella cabina numero 8, che si è liberata per prima.

Lì vengo ricevuta da una signora sorridente che ricontrolla velocemente i miei documenti, mentre una dottoressa sui 45 anni mi chiede alcune informazioni: «Da quanto tempo è immunosoppressa? Si sente bene? Prende altri medicamenti? Soffre di allergie? Ha avuto il covid in quest’anno?»: domande di rito, mentre siamo in attesa, mi spiega, che le venga portata la mia dose di vaccino, la quale viene preparata in una stanza appositamente adibita per la manipolazione.

Arriva la siringa con il preparato, è quello di Pfizer BioNTech. Sono pronta! Tolgo il cardigan color verde speranza (ovviamente non scelto a caso) e mostro felicemente il mio braccio sinistro, mentre la dottoressa in tutta serenità si prepara per la somministrazione. Disinfetta l’area e in un attimo mi inietta il vaccino. «Tutto a posto?», mi chiede. «Tutto a postissimo!», rispondo. E in effetti non ho sentito proprio nulla.

Tra le più giovani e con i dubbi degli altri sul perché fossi lì

Il grosso è fatto. Sono le 14.57 (e ricordo che l’appuntamento l’avevo alle 15!). Ma per controllare che io non manifesti qualche effetto collaterale immediato, vengo invitata a sedermi fuori dalla cabina, dalla parte opposta rispetto a dove sono entrata, e attendere 15 minuti. «Alle 15.12 può tornare a casa; trova diversi orologi sparsi sulla parete!», mi dice la signora con noi nella cabina.

Giubiasco: presentazione Centro cantonale di vaccinazione Covid-19. Nella foto una veduta interna del nuovo Centro Cantoale di Vaccinazione Covid-19 con 16 postazioni attive.
© Ti-Press / Pablo Gianinazzi
Il luogo dove attendere i 15 minuti dopo la vaccinazione, con diversi orologi ben visibili.
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Esco e trovo numerose persone (appena vaccinate) già in attesa dello trascorrere di questo fatidico quarto d’ora. Ovviamente tutte sedute a debita distanza. Mi rendo conto di essere la più giovane e mi sento anche un po’ gli occhi addosso. Ma lo capisco: certamente si stanno chiedendo cosa ci faccia lì io, nemmeno quarantenne e apparentemente senza problemi di salute.

Eppure i problemi di salute li ho e il mio sistema immunitario è messo peggio di quello di un 80enne sano, penso mentre aspetto. Non per niente ogni anno mi tocca fare il vaccino anti-influenzale, perché per me anche una «semplice» influenza può trasformarsi in qualcosa di davvero rischioso. E a un minimo mal di gola devo fare un controllo dal medico perché un’infezione è da combattere immediatamente. Ma loro non possono immaginarlo.

Un’esperienza fantastica e indimenticabile

Scoccano le 15.12. Aspetto ancora qualche secondo e poi mi alzo. Mi guardo in giro e faccio un sorriso sotto la mascherina a mò di saluto ai presenti. Alcuni di loro ricambiano, lo vedo dall'incurvatura degli occhi, altri rimangono immersi nei loro pensieri.

Vado verso l’uscita, ma sul mio cammino incontro ancora alcuni ragazzi della Protezione civile posizionati dietro a un tavolo imbandito. «Vuoi un caffè, una bottiglietta d’acqua, un cioccolatino?», mi chiedono. Prendo una bottiglia d’acqua. «La preferisci dal frigo?»: sono tutti di una gentilezza infinita, che mi lasciano un ricordo bellissimo di questa, mi vien da dire, fantastica e indimenticabile esperienza.

Giubiasco: presentazione Centro cantonale di vaccinazione Covid-19. Nella foto una veduta interna del nuovo Centro Cantoale di Vaccinazione Covid-19 con 16 postazioni attive.
© Ti-Press / Pablo Gianinazzi
Una veduta interna del Centro cantonale di vaccinazione Covid-19 di Giubiasco con 16 postazioni attive. 
© Ti-Press / Ti-Press

Disinfetto le mani ed esco dall’uscita secondaria, seguendo le chiare indicazioni. Fuori stanno arrivando altre auto, mentre vedo che all’entrata principale del centro c’è un giovane su una sedia a rotelle. Sorrido: sono felice che anche per lui, finalmente, sia arrivato il momento tanto atteso, quella della prima dose di vaccino.

Come lui e me, in queste settimane potranno riceverla le oltre 25mila persone (stando alla stima del Cantone) che, in Ticino, hanno malattie croniche ad alto rischio. Molte di loro, come ad esempio coloro che hanno subìto (o aspettano) un trapianto, chi è sotto terapia antitumorale o ancora chi ha un deficit significativo del sistema immunitario, hanno potuto già essere vaccinate in anticipo nelle scorse settimane.

La luce in fondo al tunnel

Sono felice, è una bellissima giornata di sole e finalmente mi pare di vedere la luce in fondo al tunnel. E sono convinta che prima di quanto crediamo, tutti avremo la possibilità di essere vaccinati contro questo tremendo virus che ha tenuto in scacco le nostre vite per oltre un anno.

«Uniti ce la faremo!», sottolineava l’allora presidente del Governo ticinese Christian Vitta alla fine di ogni conferenza stampa, soprattutto durante la prima ondata. Eh sì, perché credo anche io fermamente che solo insieme, solo se ognuno di noi continuerà a fare la propria parte, ci potremo lasciare tutto questo alle spalle.

E ritengo che anche il semplice gesto di vaccinarsi sia importante: non solo per proteggere noi stessi, ma per salvaguardare la salute di tutti coloro che ci stanno intorno: i nostri genitori, i nostri nonni, i nostri figli... E a questo pensiero quelle lacrime, di gioia, tornano a riempirmi gli occhi.