«L’egoismo fa parte della nostra natura»

Gil Bieler

22.11.2020 - 10:30

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Alcuni negazionisti del coronavirus manifestano a Berna: la nostra propensione a rispettare le misure dipende anche dalla nostra personalità e dal nostro ambiente sociale.
Keystone

Il messaggio è chiaro e allo stesso tempo plausibile: per il bene della società, dobbiamo limitare il nostro privato. Cosa che si rivela spesso difficile. Un sociologo ci spiega perché la responsabilità personale da sola non basta.

Anche in assenza di misure di isolamento stretto come in Austria, le raccomandazioni e le regolamentazioni che mirano a contenere la propagazione del coronavirus sono in vigore anche in Svizzera. E malgrado la diminuzione del numero di casi in questi ultimi giorni, sarebbe prematuro ammorbidirle, come ha dichiarato lo scorso martedì 17 novembre Virginie Masserey, dell’Ufficio federale della salute pubblica, davanti ai media. La situazione resta a suo dire delicata.

Lavarsi le mani, indossare una mascherina, ridurre i contatti: non è sempre facile rispettare sistematicamente queste regole. A chi fa piacere annullare un appuntamento con dei buoni amici per attenuare la pressione sugli ospedali? «L’egoismo fa parte della nostra natura», spiega Joël Berger, sociologo all’università di Berna. «I nostri interessi personali costituiscono il nostro motore principale in quanto esseri umani.»

Ovviamente, nel corso dell’evoluzione abbiamo imparato a prestare attenzione agli interessi del nostro gruppo sociale – ma questa motivazione tende ad essere più debole rispetto agli interessi personali, spiega.

Così, secondo il sociologo, ogni individuo pondera i vantaggi e gli svantaggi che gli apportano le misure di contrasto al coronavirus. Per esempio, indica, i giovani, sebbene siano i meno vulnerabili al virus, devono limitarsi considerevolmente, non possono partecipare alle feste e devono incontrare meno amici. Per loro il prezzo da pagare è generalmente molto più alto rispetto alle persone anziane, la cui modalità di vita è meno attiva. La loro volontà di seguire le raccomandazioni è di conseguenza più debole, prosegue.

L’età è tuttavia solo un fattore fra centinaia di altri: «Anche coloro che hanno una personalità individualista hanno più difficoltà ad accettare le restrizioni», spiega Joël Berger.

La responsabilità personale richiesta dal Consiglio federale incontra rapidamente un limite a seconda del nostro temperamento. Così, per il sociologo, le cose sono chiare: «Per le misure che funzionano soltanto a patto che tutti le seguano, i responsabili politici dovrebbero fissare delle regole stringenti.»

Come ragionano coloro che non rispettano le regole?

Alcuni ricercatori dell’azienda Ranas e dell’Eawag del Politecnico federale di Zurigo (ETH Zürich) hanno cercato di individuare quali fattori psicologici determinano la nostra propensione a seguire o meno le regole nella lotta contro il coronavirus. Dopo aver intervistato 1000 persone nella Svizzera tedesca per stabilire uno studio rappresentativo, gli esperti hanno presentato i risultati a ottobre.

Secondo lo studio, coloro che non rispettano le regole non temono di deludere gli altri. «Non hanno neppure l’impressione di doversi mostrare solidali rispetto al personale ospedaliero o alle persone particolarmente vulnerabili», spiega Hans-Joachim Mosler, fondatore di Ranas e professore emerito di psicologia sociale e ambientale all’università di Zurigo. Questo è ciò che li distingue da coloro che seguono le regole, spiega. Inoltre, queste persone «vivono troppo poco il rifiuto da parte degli altri». In altre parole, le loro trasgressioni non sono praticamente mai segnalate.

«Una gran parte della popolazione resterà più prudente»

Il 54% delle persone intervistate ha affermato di seguire sistematicamente le regole, mentre il 12% lo fa «soltanto a volte» o «raramente». Una netta maggioranza di esse ha dunque adattato il proprio comportamento: resta da vedere se questo cambiamento sarà permanente. Sulla base di osservazioni fatte all’estero, Hans-Joachim Mosler stima che alcune persone torneranno noncuranti una volta che il virus sarà scomparso dal nostro quotidiano. «Ma una gran parte della popolazione resterà più prudente per ciò che concerne strette di mano o abbracci.» Secondo lui, quando si prende un’abitudine, essa perdura.

Cosa fare con i negazionisti del coronavirus? Un economista della salute intervistato dal «Tages-Anzeiger» ha espresso l’idea di multarli o di rifiutare loro un posto in ospedale in caso di mancanza di letti. Hans-Joachim Mosler non condivide invece questo punto di vista: «Ciò dovrebbe ugualmente essere applicato ai fumatori o a coloro che hanno avuto un incidente automobilistico sotto effetto di alcool.»

Dimensioni insospettabili

Responsabilità individuale, solidarietà, egoismo: la pandemia solleva questioni di ordine sociale. Tuttavia, secondo il sociologo Joël Berger, per noi è ancora difficile considerare che facciamo parte di una società costituita da milioni di persone. E più il gruppo e il problema sono importanti, più è complesso giungere a una cooperazione, aggiunge.

Joël Berger cita l’esempio dei cambiamenti climatici: «Le emissioni di gas a effetto serra di ciascuno possono essere deboli su scala mondiale, ma se tutti pensano di non avere responsabilità in questo, allora le emissioni si accumulano.»

Nel caso della pandemia di coronavirus, constata tuttavia una differenza decisiva: il comportamento personale può avere delle conseguenze dirette di grande portata. Sono numerosi coloro che non sono consapevoli di questa dimensione, indica. «Una persona infetta può scatenare centinaia di contagi senza saperlo.»

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