Cosa cambierebbe per Facebook, Google e Amazon se vincesse Biden

Di Dirk Jacquemien

2.11.2020

Il settore tecnologico è il motore dell’economia statunitense. Cosa gli accadrà nel caso in cui vinca Biden?
Getty Images

Tra qualche giorno si terranno le elezioni negli Stati Uniti e Joe Biden è in testa nei sondaggi. Cosa significherebbe un cambio di potere per i grandi giganti della tecnologia che negli ultimi quattro anni hanno vissuto nel paese della cuccagna?

Gli anni di Trump sono stati eccellenti per i grandi colossi tecnologici statunitensi. Dall’inizio del suo mandato, il prezzo delle azioni di Facebook e di Alphabet, azienda madre di Google, è più o meno raddoppiato, mentre quello delle azioni di Microsoft, Apple e Amazon è addirittura triplicato. Trump e i repubblicani hanno abbassato le imposte sulle società negli Stati Uniti dal 35 al 21%, ma nessun gigante della tecnologia paga anche solo lontanamente questo tasso.

Nel 2017 e nel 2018, ad esempio, Amazon non ha pagato neanche un centesimo di tasse federali sulle imprese e nel 2018 ha addirittura ricevuto un rimborso. Nel 2019 la stessa azienda ha dovuto pagare 162 milioni di dollari – con un profitto di 13,9 miliardi di dollari che si traduce in un’aliquota fiscale effettiva dell’1,2%. Amazon e il suo amministratore delegato Jeff Bezos possono quindi senz’altro sopportare i tweet occasionali e arrabbiati nei loro confronti.

Il programma di Trump contro l’industria tech era solo scena

La costante agitazione di Trump nei confronti delle grosse aziende tecnologiche è quasi pura performance. Quando poi afferma di voler agire contro di loro, i regolamenti e simili si rivelano essere tutto fumo e niente arrosto. Ad esempio, all’inizio dell’estate, il suo ordine esecutivo di fermare l’immaginaria soppressione delle voci dei conservatori sulle piattaforme dei social media non ha avuto alcun effetto legale. E anche la cattiva gestione della pandemia di Coronavirus da parte di Trump non è stata negativa per i giganti della tecnologia, i quali usciranno più forti dalla crisi mentre il resto dell’economia ne risentirà.

Ciò che le aziende tecnologiche temono davvero è una regolamentazione più forte e un contenimento del loro potere di mercato. Fino a poco tempo fa, invece, il governo Trump non ha intrapreso alcuna azione al riguardo. Solo la settimana scorsa, poco prima delle elezioni, il Dipartimento di Giustizia statunitense ha annunciato una causa contro Google per presunti abusi di mercato del motore di ricerca.

Come se la caverebbero i giganti della tecnologia in caso di un’eventuale elezione di Joe Biden? Per prima cosa, probabilmente verrà chiesto loro di pagare un po’ di più. Biden vuole aumentare l’aliquota sulle società al 28%, annullando così la metà del taglio di Trump. La situazione è molto più confusa per quanto riguarda le normative e i procedimenti antitrust che potrebbero interessare le imprese. Di seguito mostriamo cosa potrebbe accadere alle singole aziende.

Facebook deve indossare dei vestiti caldi

Chi ci rimetterà maggiormente in caso di una vittoria di Biden è probabilmente Facebook, cosa che anche l’amministratore delegato Mark Zuckerberg ha ammesso ai suoi dipendenti. Negli ultimi anni l’azienda si è completamente giocata i rapporti con i democratici. Tutto è iniziato con le elezioni del 2016, quando Facebook non ha riconosciuto una massiccia campagna di disinformazione russa a danno di Hillary Clinton e non ha preso provvedimenti al riguardo. Poi è seguito lo scandalo Facebook-Cambridge Analytica. Alle audizioni del Congresso, i democratici hanno incalzato Zuckerberg ma poiché erano all’opposizione non sono riusciti a ottenere molto di più.

Mark Zuckerberg ha stretto un’alleanza con Trump.
The White House

Zuckerberg, che prima del mandato di Trump si era perlopiù tenuto fuori dalle questioni politiche quotidiane, a questo punto è rimasto coinvolto personalmente e ha optato per una tattica di pacificazione. Andava a cene segrete con Trump e condivideva regolarmente informazioni su WhatsApp con suo genero Jared Kushner. Per quanto riguarda gli algoritmi per il news feed si è fatto in modo da garantire che i contenuti conservatori continuassero a superare nettamente quelli provenienti da fonti di sinistra-liberali.

Facebook tenta una leggera inversione di tendenza

Solo negli ultimi mesi sono emerse piccole spaccature sul fronte Facebook per Trump. Ad esempio, il culto del cospirazionismo pro Trump QAnon, che poteva crescere solo attraverso Facebook, è stato bandito dalla piattaforma. Inoltre, per la prima volta, i post di Facebook di Trump sono stati cancellati per via della disinformazione sul Coronavirus. Gli osservatori sospettano che Facebook si stia già preparando per un cambio di governo visti gli aumenti nei sondaggi da parte di Biden e che stia cercando di mostrare un po’ di buona volontà in dirittura d’arrivo.

Il pericolo maggiore per Facebook è la richiesta di uno scioglimento dell’azienda formulata da molti democratici, ma non direttamente da Biden. Instagram e WhatsApp potrebbero così tornare ad essere aziende indipendenti. Un’azione del genere sarebbe un attacco nucleare a Facebook, contro il quale l’azienda si difenderebbe ferocemente in tribunale. Tuttavia, dato che Trump ha riempito i tribunali statunitensi di magistrati conservatori e anti-governativi durante il suo mandato, potrebbe anche continuare ad assistere Zuckerberg una volta andato in pensione.

Amazon mostra la contraddizione della politica di Trump

L’esempio di Amazon mostra in modo particolarmente chiaro la discrepanza tra le aspirazioni e la realtà della politica di Trump nei confronti delle Big Tech. L’amministratore delegato Jeff Bezos è uno dei nemici preferiti di Trump, quasi al livello di Hillary Clinton e Barack Obama. A intervalli regolari Trump si infuria contro Bezos su Twitter, il suo odio sembra essere dovuto unicamente al fatto che il boss di Amazon è anche il proprietario del «Washington Post».

Jeff Bezos è il proprietario del «Washington Post». L’amico intimo di Trump, Mohammed bin Salman, è stato il mandante dell’omicidio di Jamal Khashoggi, editorialista del giornale.
Keystone

Nei loro reportage, Trump è regolarmente una spina nel fianco e lui li chiama regolarmente «Amazon Washington Post» e trasferisce così il suo odio dal giornale ad Amazon. Quasi alla maniera di Bernie Sanders, rimprovera poi Amazon per il suo ridotto pagamento delle tasse – a cui la sua stessa politica fiscale ha contribuito in modo decisivo – o si lamenta del fatto che le poste statali trasportino i pacchi di Amazon a prezzi di favore.

In pratica, ad Amazon tutto questo importa ben poco. L’unico momento in cui l’antipatia tra Trump e Bezos avrebbe potuto danneggiare l’azienda è stato quando il Ministero della Difesa ha assegnato un contratto di cloud computing da 10 miliardi. Microsoft aveva vinto questa gara d’appalto ma Amazon si lamenta della procedura di aggiudicazione e rimprovera al governo di aver agito per fini politici.

«Union Guy» contro l’uomo più ricco del mondo

Biden si considera uno «Union Guy», ossia un amico dei sindacati. Questi hanno un rapporto molto difficile con Amazon. A volte l’azienda utilizza metodi dei servizi segreti contro di loro per impedire la formazione di sindacati nei centri di approvvigionamento. Gli attivisti e gli organizzatori vengono regolarmente licenziati per motivi chiaramente inconsistenti. In questo caso, in futuro i ministri del lavoro e della giustizia nominati da Biden se ne occuperanno molto più da vicino, con Amazon che spera anche nel sostegno dei giudici di Trump.

Attivisti sindacali come Chris Smalls vengono semplicemente licenziati da Amazon.
Getty Images

Nell’ ultima udienza del Congresso, i democratici si sono concentrati anche sul trattamento dei commercianti terzi su Amazon. Tra l’altro, l’azienda è stata accusata di sfruttare dati commerciali riservati per offrire prodotti a prezzi più bassi di quelli dei fornitori terzi e di imitare prodotti particolarmente popolari usando il proprio marchio. In questo caso sarebbe ipotizzabile costringere Amazon a smettere di vendere i propri prodotti sulla piattaforma.

Google è già nel mirino

Come già detto, Google è l’unico gigante tecnologico contro cui il governo Trump ha intentato una causa antitrust, presentata la settimana scorsa su pressione personale del Ministro della Giustizia Barr. In questo l’amministrazione Trump è sostenuta dagli stati repubblicani. La causa riguarda principalmente il predominio di Google nella ricerca sul web. L’azienda ha accusato gli sviluppatori di browser e smartphone di usare il bastone e la carota per fare di Google il motore di ricerca standard per i loro prodotti, creando così un monopolio illegale.

In linea di principio, l’azione contro Google è sostenuta anche dai democratici. Tuttavia, per il momento gli Stati federali da loro governati non hanno aderito alla causa, soprattutto perché considerano sospetta la tempistica così vicina alle elezioni. Molti democratici vogliono però andare oltre e citare in giudizio Google per la sua attività pubblicitaria online in generale. Qui l’azienda ha un duopolio di fatto insieme a Facebook.

Apple ha poco da temere

L’amministratore delegato di Apple Tim Cook, chiamato affettuosamente «Tim Apple» da Trump, è stato molto diplomatico con il presidente. Con le apparizioni congiunte nelle fabbriche «Made in America» di Apple, è riuscito a far felice Trump senza attirare immediatamente la furia dei democratici.

Tim Cook è stato diplomatico con Trump.
Keystone

La guerra commerciale di Trump ordita contro la Cina ha causato un po’ di danni ad Apple, ma anche per quanto riguarda le sovrattasse doganali sulle importazioni dalla Cina, i lobbisti di Apple sono riusciti ad assicurarsi numerose eccezioni. Nel mandato di Trump, la riduzione delle imposte è un aspetto positivo che spicca enormemente. Apple è stata anche particolarmente aiutata da una speciale commissione nella legge fiscale di Trump che ha permesso di recuperare gli utili parcheggiati all’estero con un’aliquota fiscale molto ridotta. In questo modo Apple è riuscita ad accaparrarsi 200 miliardi di dollari e ad utilizzarne la maggior parte per il riacquisto di azioni, facendone salire il prezzo.

Dato che questo è già stato fatto, poco dovrebbe cambiare per Apple in caso di un cambio di potere. Sembra che per Apple ci siano delle minacce normative inferiori rispetto ad Amazon, Facebook e Google. Soprattutto il controllo dell’App Store sarà probabilmente l’obiettivo principale, o almeno questo è ciò che i membri democratici del Congresso hanno recentemente concordato. Tuttavia, Apple dovrebbe essere in grado di far fronte a qualsiasi obbligo legale per consentire una maggiore concorrenza in questa situazione.

E le società cinesi?

Nell’ambito della sua campagna, per distogliere l’attenzione dal suo stesso fallimento nella crisi del Coronavirus, Trump ha intensificato ancora una volta i suoi attacchi alla Cina e alle aziende cinesi. L’esempio più importante di questo periodo è probabilmente la popolarissima applicazione video TikTok della società ByteDance di Pechino. Con diversi decreti, Trump ha voluto costringere a effettuare una vendita forzata a una società statunitense o, in alternativa, vietare del tutto l’applicazione.

Il presidente ha però proceduto in modo così maldestro che un giudice da lui stesso nominato ha annullato il decreto con un’ingiunzione temporanea. Quindi anche le trattative commerciali con Oracle e Walmart sono in bilico. ByteDance forse non venderebbe TikTok di sua spontanea volontà e probabilmente non vede alcuna ragione per passare ai fatti fintanto che c’è ancora speranza in tribunale. Subito dopo le elezioni ci sarà la prossima udienza.

Biden ha «serie preoccupazioni»

Joe Biden afferma di avere «serie preoccupazioni» riguardo a TikTok e vuole condurre un «audit di sicurezza». Tutto questo ha un aspetto meno «marziale» rispetto a Trump e non indica che Biden sia particolarmente desideroso di spaventare milioni di giovani statunitensi con un divieto. Potrebbe certamente accontentarsi di un compromesso in cui, ad esempio, un’azienda americana avrebbe il controllo effettivo dei dati degli utenti americani. Si dice che i relativi scenari siano stati discussi tra ByteDance e Microsoft già prima dell’annuncio di un divieto da parte di Trump.

Anche se Biden non era il candidato preferito della generazione Z su TikTok – probabilmente gli si preferiva Bernie Sanders – l’odio per Trump tra i giovani statunitensi fa sì che il settantasettenne democratico sia visto in una luce prevalentemente positiva. Lo stesso Biden ha vietato ai suoi collaboratori di utilizzare TikTok, motivo per cui la campagna non è rappresentata ufficialmente sulla piattaforma. Ci sono però tantissimi account non ufficiali dei fan. Il rappresentante più importante dell’orbita di Biden su TikTok è probabilmente Meena Harris, la nipote del vice candidato Kamala Harris, che ha quasi 400.000 follower.

Poca speranza per Huawei

Huawei avrà probabilmente molte meno speranze di miglioramento nel caso in cui dovesse vincere Biden. Le sanzioni statunitensi contro la società, che hanno decimato gli affari internazionali di Huawei, godono di un sostegno imparziale al Congresso. In questo caso sembra estremamente improbabile che Biden spenda un capitale politico prezioso a beneficio di Huawei.

La situazione di Huawei è ulteriormente complicata da un procedimento penale pendente contro la figlia del capo della società Ren Zhengfei per presunte violazioni delle sanzioni contro l’Iran e spionaggio industriale. Meng Wanzhou è bloccata in Canada da quasi due anni e sta lottando contro la sua estradizione – l’esito è aperto. Anche in questo caso, sembra impossibile che Biden possa intervenire in un procedimento in corso. Nella migliore delle ipotesi, la campagna internazionale per mettere fuori legge Huawei, promossa con fanatismo dal Ministro degli esteri Mike Pompeo, potrebbe indebolirsi un po’ in caso di un governo Biden.

Tuttavia, non si deve necessariamente scommettere su un imminente miglioramento generale delle relazioni USA-Cina di cui potrebbe beneficiare anche Huawei. Biden potrebbe non essere interessato alle guerre commerciali distruttive come Trump. Tuttavia, le questioni relative ai diritti umani, come il genocidio culturale degli uiguri e il movimento per la democrazia di Hong Kong, a cui Trump è abbastanza indifferente, rischiano di diventare più importanti in un governo democratico e di rendere difficile la normalizzazione delle relazioni con la Cina.

Anche Biden realizzerà tutto questo?

Una breve menzione va fatta anche riguardo alla quinta grande azienda tecnologica statunitense del gruppo, la Microsoft, che negli ultimi anni è riuscita a tenersi lontana dalle controversie. E anche se i primi segnali della vecchia Microsoft, che agisce in modo monopolistico, si stanno mostrando di nuovo, ad esempio con il browser Edge o con il software di coworking Teams, non sembra che al momento ci sia una grande minaccia per Microsoft da parte del governo. Per garantire che la situazione rimanga tale, i manager di Microsoft sono anche tra i maggiori contributori della campagna di Biden.

Decisivo per il futuro dei giganti della tecnologia sarà il controllo anche delle due camere del Congresso da parte dei democratici – in caso contrario, gran parte del programma di Biden non sarà realizzabile. Ci saranno poi certamente pressioni per non agire contro le aziende statunitensi di successo nel bel mezzo della peggiore crisi economica degli ultimi cento anni. La priorità assoluta per Biden sarebbe probabilmente il controllo del Coronavirus e la ricostruzione dell’economia – le aziende tecnologiche verrebbero solo successivamente.

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