Salari Nel 2022 peggiore perdita di potere d'acquisto degli ultimi 80 anni

hm, ats

8.11.2022 - 12:00

I franchi dello stipendio valgono meno.
I franchi dello stipendio valgono meno.
Keystone

I salari non stanno tenendo il passo con l'inflazione e nel 2022 il potere d'acquisto dei dipendenti si è ridotto sensibilmente, segnando il peggiore arretramento da 80 anni a questa parte.

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8.11.2022 - 12:00

È il quadro che emerge da un'analisi di UBS, secondo la quale però a lungo termine la carenza di forza lavoro farà «certamente» aumentare le retribuzioni reali.

Stando all'inchiesta sul tema condotta dalla grande banca, l'anno prossimo gli stipendi saliranno del 2,1% in media, il maggiore incremento da quasi 15 anni e valore nettamente più elevato rispetto agli accordi sulle remunerazioni di quest'anno, che hanno visto un +1,1%.

Solo l'8% delle 290 imprese intervistate nell'ambito di un sondaggio (che ha visto coinvolte anche associazioni di salariati e di datori di lavoro) non ha proceduto a ritocchi in busta paga quest'anno e questa quota dovrebbe dimezzarsi nel 2023.

In quale settore ci saranno gli aumenti maggiori?

A livello settoriale, gli aumenti previsti per l'anno prossimo vanno dal +3,0% di commercio all'ingrosso, informatica e industria orologiera al +2,0% di commercio al dettaglio, media, sanità, edilizia ed industria energetica. Il settore pubblico dovrebbe vedere le retribuzioni lievitare del 2,4%.

Questi aumenti sono dovuti al fatto che l'inflazione rappresenta il tema centrale delle trattative salariali di quest'anno. Non è stato invece questo il caso nel 2021: ciò ha fatto sì che gli stipendi nel 2022 siano aumentati solo dell'1,1%, a fronte di un rincaro che è arrivato sino al 3,5%. Gli esperti di UBS stimano al 2,9% l'inflazione annua del 2022: questo significa che i salari reali dovrebbero essere scesi dell'1,8%, la contrazione più forte dal 1942.

Il prossimo anno l'inflazione presumibilmente tornerà a diminuire, «ma se si attesterà come prevediamo al 2,1%, i salari reali nel 2023 registreranno una stagnazione, piuttosto che un aumento, e non riusciranno a compensare la perdita di potere d'acquisto», scrivono gli specialisti di UBS.

Aziende in difficoltà

L'atteggiamento cauto tenuto dalle imprese nell'ambito dei negoziati si spiega con il peggioramento delle prospettive economiche. Le aziende lamentano, oltre all'aumento delle tariffe energetiche e, in generale, una maggiore pressione sui prezzi, anche una diminuzione della domanda.

Quasi la metà delle società intervistate prevede una stagnazione dell'economia elvetica per il prossimo anno e circa una ditta su tre si attende una recessione. Lo scorso anno solo il 3% delle aziende si aspettava un rallentamento economico nel 2022.

«Un aumento degli stipendi nominali di poco più del 2% nel 2023, nettamente al di sotto dell'attuale livello di inflazione, rende improbabile una spirale salari-prezzi», si legge nello studio di UBS.

Inoltre, in ragione dell'indebolimento congiunturale le aziende dovrebbero avere difficoltà a trasferire completamente il rincaro dei costi sui prezzi di vendita. Di conseguenza la pressione inflazionistica in Svizzera dovrebbe rimanere contenuta.

Manca e mancherà la forza lavoro

Accanto all'inflazione, anche la carenza di forza lavoro rappresenta una sfida per le aziende. Quest'anno un numero record di imprese ha dichiarato di avere problemi a occupare i posti vacanti. Se lo scorso anno la percentuale si attestava ancora a due terzi, recentemente l'80% delle ditte ha incontrato problemi di reclutamento.

Vista la natura strutturale delle cause alla base della carenza di forza lavoro la sfida di base dovrebbe persistere anche nei prossimi anni. Poiché le fasce d'età più numerose della generazione dei babyboomer stanno man mano raggiungendo il pensionamento si prevede un inasprimento dei problemi legati al cambiamento demografico. «Sarà di centrale importanza sfruttare in modo ottimale il potenziale del personale già impiegato», scrivono gli esperti.

Sul breve termine l'inflazione di quest'anno e le fosche previsioni di crescita dovrebbero pesare sui salari reali, ma dal punto di vista storico la riduzione degli stipendi reali è un evento raro: un sensibile calo superiore allo 0,5% è stato osservato l'ultima volta 30 anni fa.

Nell'ultimo decennio i salariati hanno beneficiato di una flessione del livello dei prezzi, cosa che ha fatto salire i salari reali. Inoltre sul lungo termine, in ragione della sempre maggiore carenza di forza lavoro, sono prevedibili aumenti degli stipendi reali maggiori rispetto a quelli registrati in passato, concludono gli analisti di UBS.

hm, ats