Cosa occorre sapere sull'attacco alla raffineria saudita

Di Philipp Dahm

19.9.2019

L'attacco dei droni su un impianto del colosso pertolifero Saudi Aramco
Uncredited/U.S. Government/DigitalGlobe/AP

Benché sia una nazione dotata di importanti mezzi militari, l'Arabia Saudita ha dimezzato la propria capacità di lavorazione del petrolio dopo un attacco effettuato con dieci droni a buon mercato: ecco le risposte alle principali domande sull'aggressione al colosso Saudi Aramco.

Cosa è successo?

Nella notte tra venerdì e sabato, alcune raffinerie del colosso petrolifero Saud Aramco sono state attaccate. Una decina di droni hanno colpito Abqaiq, la più grande raffineria del mondo, che si estende per 250 ettari, l'equivalente di 350 campi da calcio. Al contempo, il secondo più grande giacimento di petrolio dell'Arabia Saudita, Khurais, ha preso fuoco. 

L'attacco con i droni è cominciato venerdì 13 settembre attorno alle 23.00, ora svizzera. Nessuno sarebbe rimasto ferito. Quanto accaduto potrebbe essere una conseguenza del conflitto che dilania ormai da quattro anni lo Yemen. Una coalizione militare diretta proprio dall'Arabia Saudita tenta di mantenere il presidente sunnita Abd Rabbih Mansur Hadi al potere nella nazione mediorientale, mentre i ribelli sciiti houti vorrebbero rovesciarlo. 

Sul campo di battaglia, Ryad è spalleggiata da alcuni Stati guidati da regimi sunniti come il Barhein, il Kuwait e gli Emirati Arabi Uniti, sostenuti dagli Stati Uniti d'America. Da tempo rivale di Ryad per la supremazia regionale, l'Iran si è schierato invece al fianco dei ribelli sciiti. 

Quali sono state le reazioni all'attacco?

Gli houti hanno rivendicato gli attacchi con i droni e li hanno collegati proprio alla guerra in atto con l'Arabia Saudita. Sabato 14 settembre, tuttavia, il segretario di Stato statunitense Mike Pompeo ha affermato che non ci sarebbero prove del fatto che i droni siano davvero decollati dallo Yemen. Secondo il dirigente, il governo iraniano si dice pronto a risolvere i conflitti per via diplomatica, ma sarebbe in realtà responsabile di «quasi 100 attacchi contro l'Arabia Saudita».

L'Iran ha rispedito con forza al mittente le accuse. Abbas Mousavi, portavoce del Ministero degli Affari esteri, ha parlato di dichiarazioni inverosimili e lasciato intendere che gli Stati Uniti perseguirebbero «degli obiettivi ben diversi». Il presidente statunitense Donald Trump, da parte sua, ha lasciato intendere su Twitter che la Casa Bianca saprebbe chi sono i responsabili dell'attacco e mercoledì ha annunciato un aumento «sostanziale» delle sanzioni all'Iran. E anche l'Arabia Saudita, punta il dito contro Teheran per gli attacchi al cuore della sua industria petrolifera, mostrando i resti di droni e missili cruise.

Quali sono le conseguenze dell'attacco sul piano economico?

Gli attacchi hanno colpito duramente l'industria petrolifera dell'Arabia Saudita. Secondo l'agenzia di stampa ufficiale (la SPA), il volume di produzione è temporaneamente ridotto del 50%, il che corrisponde a un calo pari a circa 5,7 milioni di barili. Qualcosa come il consumo quotidiano degli Stati Uniti.

L'Arabia Saudita ha però annunciato martedì di aver recuperato il 50% della produzione di petrolio persa. Lo ha detto il ministro dell'Energia, principe Abdulaziz Bin Salman, citato dalla Saudi Gazette, precisando che le esportazioni saranno normali.

Il prezzo del petrolio, al contempo, è aumentato di circa il 20% nella giornata di lunedì: un barile (159 litri) di greggio del mare del Nord (Brent) costava 66,54 dollari, ovvero 6,32 dollari più di venerdì. Donald Trump ha annunciato la propria intenzione di immettere sul mercato delle riserve di petrolio statunitensi al fine di limitare l'impennata dei prezzi.

Gli esperti a inizio settimana ritenevano che la quotazione del barile avrebbe potuto raggiungere i 75 dollari. Ma i prezzi sono iniziati a calare dopo le rassicurazioni arrivate martedì da Aramco, secondo cui i 5,7 milioni di barili al giorno persi dopo il raid (il 5% della produzione mondiale) saranno pienamente recuperati entro fine mese. Mercoledì sera si è quindi verificata una chiusura in calo per il petrolio a New York scambiato a 58,11 dollari al barile.

Di recente, il prezzo del petrolio è sceso in ragione dell'indebolimento dell'economia mondiale. L'aumento dei prezzi negli scorsi giorni ha avvantaggiato non soltanto gli Stati Uniti, che sono diventati i primi produttori mondiali di greggio, spodestando l'Arabia Saudita, ma anche la stessa Ryad. E perfino l'Iran, per cui le esportazioni di petrolio costituiscono l'80% dei propri introiti, malgrado l'embargo.

Quali sono gli effetti dell'attacco per la Svizzera?

Sul piano quantitativo, la Svizzera non è dipendente dal petrolio in arrivo dall'Arabia Saudita, afferma Roland Bilang, direttore di Avenergy Suisse, parlando al «Tagesanzeiger».

Per ragioni qualitative, la Svizzera utilizza principalmente oli minerali leggeri e affidabili dal punto di vista del quantitativo di zolfo. Le importazioni di greggio per le raffinerie locali arrivano principalmente da Kazakistan e Nigeria. Una porzione più piccola è fornita dalla Libia. 

Gli effetti dei problemi affrontati dall'Arabia Saudita si farebbero sentire, per gli automobilisti svizzeri, soltanto se dovessero protrarsi a lungo. Ma Ryad ha già annunciato la sua intenzione di porre fine al più presto alla parziale interruzione della produzione.

Quali indizi confermano o smentiscono un possibile coinvolgimento iraniano?

Non sarebbe la prima volta che i ribelli houti utilizzano dei droni nella guerra contro l'Arabia Saudita: un oleodotto è stato attaccato nel mese di maggio, mentre all'inizio di agosto è stato colpito l'aeroporto della città saudita di Abha.

Contrariamente allo Stato Islamico, ad esempio, che ha lanciato droni di diverso tipo in Siria e in Iraq, gli houti hanno utilizzato principalmente i Qasef-1, che sarebbero prodotti in Iran.

La localizzazione satellitare di Abqaiq.
Google Maps

Largo circa tre metri, questo modello può trasportare una carica esplosiva di 30-45 chilogrammi. La sua portata è di circa 150 chilometri. Ma gli esperti ritengono che i nuovi droni iraniani possano raggiungere i mille chilometri.

Khurais si trova a poca distanza da Abqaiq. Al contrario della lontana frontiera yemenita.
Google Maps

Sarebbe questa, infatti, la portata necessaria perché i droni raggiungano Abqaiq e Khurais dallo Yemen. Il Pentagono, invece, ritiene che abbiano potuto avvicinarsi indisturbati soltanto perché provenienti non da sud, ma da nord-ovest, vale a dire dall'Iran.

E proprio mercoledì Riad ha mostrato in una conferenza stampa quelle che considera le prove «innegabili» del coinvolgimento di Teheran: frammenti di droni e di un missile da crociera inesploso iraniani, lanciati dall'Iran e non dallo Yemen, come avevano rivendicato i ribelli Houthi, sostenuti dalla Repubblica islamica. In tutto una pioggia di 25 tra droni e missili.

Come potrebbe evolvere la situazione?

«Non voglio una guerra con l'Iran, cercherò di evitarla», ha insistito Donald Trump martedì sera, pur ribadendo che gli Stati Uniti sono pronti. Nel frattempo ha nominato come nuovo consigliere per la sicurezza nazionale un altro falco, il negoziatore per gli ostaggi Robert O'Brien, nemico dell'accordo sul nucleare.

E ha spedito in Medio Oriente il segretario di Stato Mike Pompeo, che ha incontrato il principe saudita Mohammed bin Salman prima di fare tappa anche negli Emirati Arabi. Il tycoon ha sentito anche il premier britannico Boris Johnson per «una risposta diplomatica unitaria», come ha riferito Downing Street.

In caso di conflitto, ci si chiede se l’Iran sarà in grado di difendersi dagli attacchi degli F-35 statunitensi. Ma delle piccole scaramucce potrebbero senz'altro verificarsi. Il regime ha inoltre avvertito Washington che in caso di offensiva, risponderà attaccando ogni base o unità navale americana a portata dei missili iraniani nel raggio di 2000 chilometri.

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