Case anziani chiuse per 3 settimane, «l'unico modo per proteggerli»

SwissTXT / pab

16.1.2021

Immagine d'illustrazione
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archivio Ti-Press

Da oggi, sabato, e per tre settimane, gli anziani nelle strutture medicalizzate, il personale e i famigliari tornano a una realtà che speravano di non dover più vivere: le visite sono infatti sospese per prevenire nuovi focolai di COVID-19.

Come accaduto a Balerna, dove è entrato il cosiddetto «ceppo inglese» del virus, contagiando in breve tempo buona parte di residenti e dipendenti.

Come hanno preso la notizia gli anziani? «Si rattristano in un attimo, è impressionante. Tanti capiscono, ma non ne sono felici», risponde alla RSI Paolo Pezzoli, direttore degli istituti comunali di Lugano.

«Sono passata dalla felicità del vaccino alla realtà»

«Mia mamma ha 86 anni, consideri che prima che cominciasse questa cosa andavano tutti i giorni», racconta sempre ai microfoni della RSI Marlis Ostini John, il cui stato d'animo è contrastato: «Sono passata dalla felicità del vaccino alla realtà in una frazione di secondo. Poi ci pensi e ti dici che è l'unica soluzione per poterli proteggere. Ma sono sicura che saremo supportati dagli operatori e da lunedì comincerò a stressarli per avere le mie due videochiamate settimanali».

La prima chiusura era stata accompagnata da un regresso, «e anche questa volta sicuramente perderà qualcosa», ma in seguito c'era stato un recupero. Marlis Ostini John già non vede l'ora del momento in cui potrà riaccompagnare la madre all'esterno, anche se «questo tempo che stiamo perdendo non ce lo darà più nessuno».

«Non vogliamo mollare quando ormai siamo in vetta»

Per Paolo Pezzoli, la stretta era tuttavia necessaria: «I numeri sono dalla nostra parte, i vaccini sono positivi, bisogna stringere un po' le viti per tre settimane, anche se è una cosa molto dura per tutti. Vale la pena perché dopo tutto quello che abbiamo passato in questo anno, non vogliamo mollare quando ormai siamo in vetta».

Certo, non solo i famigliari costituiscono un pericolo, ma anche i collaboratori, di cui non si può fare a meno, ma che hanno inevitabilmente dei contatti anche al di fuori della casa in cui lavorano, ammette Pezzoli. «Abbiamo delle direttive al limite del draconiano - spiega - e sarebbe auspicabile che i collaboratori si facciano vaccinare in larga misura. Non è stato il caso finora e sarebbe auspicabile un intervento più incisivo».

Pezzoli si dice personalmente favorevole all'obbligo di vaccinarsi per il personale. Questo pone però dei problemi a livello costituzionale, mentre sono pratici gli ostacoli che impediscono di procedere a test rapidi all'entrata in servizio: «Immaginate che, nel caso di Lugano, in sei istituti circa 200 persone sono di turno quotidianamente. Fare 200 test rapidi e attendere il risultato è veramente complesso, senza considerare che i risultati non danno una certezza al 100%. C'è da chiedersi se il santo vale la candela».

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