Tè o caffè? La risposta è nei nostri geni

CoverMedia

26.11.2018 - 16:10

Source: Covermedia

Curiosamente, le persone con una maggiore sensibilità per l’amaro preferiscono la caffeina alle infusioni.

Ci siamo mai chiesti perché alcune persone bevono solo tè, e altre solo caffè? Ebbene la risposta, secondo gli scienziati della Feinberg School of Medicine della Northwestern University e QIMR Berghofer Medical Research Institute in Australia, risiede nel nostro bagaglio genetico.

Il sapore amaro si è evoluto dai tempi primitivi come un sistema di avvertimento naturale del corpo per rilevare sostanze nocive, ma secondo il team, le persone più sensibili a questo sapore, tendono a consumare più caffè rispetto a chi invece non è altrettanto sensibile.

«Ci si aspetterebbe che le persone più sensibili all’amaro bevano meno caffè, invece è il contrario», ha dichiarato la dottoressa Marilyn Cornelis, leader dello studio. «I nostri risultati indicano che i bevitori di caffè sviluppano un piacere sul palato o l’abilità di rilevare il sapore della caffeina nelle bevande, attraverso un rinforzo positivo appreso (per esempio una stimolazione) esercitato dalla caffeina stessa».

La dottoressa Cornelis spiega anche che gli individui con una abilità più spiccata per rilevare questo sapore amaro, e particolarmente quello contraddistinto della caffeina, impara ad associare ad esso delle cose positive. Nei risultati è apparso anche che le persone più sensibili alla caffeina e che ne consumano in maggiori quantità, spesso non bevono tè o ne consumano veramente poco.

Ancora, chi è piu sensibile ai sapori amari del chinino e del propiltiouracile, gusti associati ai composti che si trovano nelle verdure crocifere (Brassicaceae), evitano il caffè. Per quanto riguarda l’alcol, una maggiore sensibilità all’amaro può causare un calo del consumo, in particolare del vino rosso.

«Questi risultati indicano che la nostra percezione dell’amaro, ben informata dai geni, contribuisce alla preferenza tra caffè, tè e alcol», ha concluso la dottoressa.

La ricerca è stata pubblicata per intero nella rivista Scientific Reports.

Tornare alla home page

CoverMedia