Videogiochi violenti: i rischi per il cervello

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1.12.2017 - 13:28

(Cover) - IT Fitness & Wellbeing - Videogames come Killzone, Call of Duty e Borderlands sono altamente dannosi per la salute del cervello di chi li pratica. Si tratta di giochi FPS (sparatutto in prima persona) estremamente realistici, dove il giocatore affronta i livelli con la visuale di gioco che simula il punto di vista del personaggio principale. Sono spesso coinvolte armi come pistole, coltelli, bombe e fucili.

Un team di ricerca della University of Montreal, in Canada, ha preso in esame 100 individui monitorando per 90 ore la loro attività cerebrale durante la pratica di questo tipo di videogames o di altri non violenti come Super Mario.

A seguito dell’esperimento il team ha notato che gli individui che giocavano ai videogiochi violenti avevano un numero inferiore di neuroni nell’ippocampo, l’area del cervello responsabile della memoria spaziale, la memoria episodica – dedicata ai ricordi delle esperienze passate – della navigazione e dell’orientamento nello spazio. Quelli che avevano giocato a Super Mario, invece, avevano un livello maggiore di materia grigia, cruciale per il controllo dei muscoli, delle emozioni e delle percezioni sensoriali.

«Ci sono prove che dimostrano l’esistenza di un prezzo da pagare se scegliamo di giocare a questi giochi, in particolare per quanto riguarda il loro impatto sull’ippocampo», ha dichiarato il dottor Greg West.

«Per questo abbiamo deciso di effettuare uno studio neuroradiologico completo per rilevare l’attività del cervello nei giocatori di questi giochi d’azione violenti, e paragonarli ai non-giocatori. A seguito di altri due studi longitudinali mirati a stabilire le cause della perdita del livello di materia grigia, abbiamo scoperto che erano proprio i videogiochi a causare questo cambiamento nel cervello».

Lo studio del dottor West è in netto contrasto con le teorie di passate ricerche secondo cui i videogiochi hanno un impatto particolarmente benefico sul sistema cognitivo cerebrale.

La ricerca è stata pubblicata nella rivista scientifica Molecular Psychiatry.

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