Lusso sulle rotaie: viaggio in Sudafrica con il «Rovos Rail»

Bruno Bötschi

27.2.2018

Un treno storico, restaurato con amore, culla elegantemente i passeggeri attraverso i paesaggi del Sudafrica. Alcuni affermano persino che il «Rovos Rail» sia il treno più bello del mondo.

Dar es Salaam. Il porto della pace. Così si chiama la metropoli della Tanzania che affaccia sull’Oceano Indiano. Quando mi sono svegliato in hotel, mi è stato subito chiaro il perché: mi ha svegliato un alleluia cantato chiaramente in una chiesa vicina. La sera prima sono stati i richiami di un muezzin l’ultima cosa che ho sentito prima di addormentarmi. Nel porto della pace vivono insieme pacificamente molti popoli e religioni. Nella pulsante città con tre milioni di abitanti comincia il mio viaggio nell’Africa orientale.

Il treno di lusso «Rovos Rail» mi cullerà per 2500 chilometri, attraversando la Tanzania, lo Zambia, il Botswana e lo Zimbabwe. Da Dar es Salaam, quasi vicino all’Equatore, fino alle cascate Vittoria, uno dei maggiori spettacoli naturali del mondo.

Mentre vado a zonzo per la sala d’attesa della stazione di Dar es Salaam, nella mia testa comincio a cantare improvvisamente la canzone del cantautore bernese Mani Matter: «Das isch ds Lied vo de Bahnhöf wo dr Zug geng scho abgfahren isch oder no nid isch cho und es stöh Lüt im Rägemantel dert und tüe warte.» Una canzone nella quale il protagonista perde il suo treno, dunque per nulla adatta, penso sorridendo. Nella stazione di Dar es Salaam questa mattina non c’è nessuno che aspetti. Neanche un’anima. Bisogna immaginarsi una stazione in Tanzania come un grande mercato al coperto dove non c’è nessun mercato.

Il sogno di un commerciante di rottami

Il nostro treno è fermo, solo e sconsolato, al binario tre. Si presenta di colore verde scuro e lungo quasi un chilometro. «The Pride of Africa», l’orgoglio dell’Africa, questo è il nome con cui il suo proprietario Rohan Vos lo ha battezzato. L’imprenditore sudafricano è diventato ricco grazie al commercio di rottami, come proprio di rottami era fatto inizialmente anche il suo sogno: Rohan Vos ha comprato delle locomotive e dei vagoni storici, alcuni di 90 anni fa, e li ha fatti restaurare nello stile dell’epoca. Ciò che era stato previsto come un divertimento privato, si è trasformato nel 1989 nel «Rovos Rail». A detta della pubblicità, il «treno più confortevole al mondo».

Il viaggio comincia infatti in modo confortevole: sulle scalette si srotola un tappeto rosso per i passeggeri. Viene servito vino, più tardi ci accompagnano nelle suite. 50 passeggeri sono tedeschi e una mezza dozzina svizzeri. La mia suite, rivestita in legno come il resto del treno, porta il nome della città sudafricana Warrenton. Rimango sbalordito da quanto grandi possano essere undici metri quadrati. Clarissa Buitendach, la cameriera del piano, mi mostra dove si nascondono il minibar e la cassaforte. D’improvviso un frastuono, si sente cigolare e scricchiolare. Il treno comincia lentamente la sua corsa. Mentre le case di Dar es Salaam ci scorrono davanti, dei bambini ci salutano. Ricambio il saluto e ascolto la melodia di questo viaggio: Te-Tem, Te-Tem, Te-Tem.

Nei primi tre giorni attraversiamo la Tanzania. Un’avventura che comincia da seduti. Nei primi due giorni di viaggio non ci sono escursioni, ma solo alcuni stravolgimenti. Le rotaie del TaZaRa, cioè la Tanzania-Zambia Railway, sono state costruite negli anni 70 dai cinesi che si danno molto da fare nell’Africa orientale. Oggi le rotaie non procedono più parallelamente. Tranquillamente ci addentriamo di buon passo nel Paese: la nostra velocità oscilla tra i 20 e i 40 chilometri orari.

Ben presto superiamo la riserva faunistica del Selous, uno dei più grandi parchi di animali selvatici dell’Africa. Il viaggio ferroviario si trasforma in un safari con il treno. Mi siedo con alcuni ospiti nelle panche di legno nella carrozza panoramica aperta, una delle attrazioni del treno. Lo stato d'animo è di eccitazione, le macchine fotografiche scattano foto. Vediamo antilopi, giraffe, zebre e – «guarda là!» – una famiglia di elefanti, che si nasconde nella boscaglia.

Tutti speriamo di incontrare in questo viaggio i Big Five, i grossi cinque animali più pericolosi: elefante, rinoceronte, bufalo, leone e leopardo. È per vedere loro che anche Lutz e Andrea Birgit Halang sono a bordo: «Sogniamo da anni di fare questo viaggio.» Per anni è sembrato che sarebbe rimasto solo un sogno, un sogno irraggiungibile. Gli Halang sono cresciuti nella RDT.

La più bella forma del dolce far niente

L’attività principale a bordo del «Rovos Rail» è guardare fuori dal finestrino. Per il resto non c'è molto altro da fare. E proprio questo è ciò che rende il viaggio affascinante e molto rilassante. Si può però anche prendere posto in una delle comode poltrone del vagone lounge, sfogliare una delle riviste rilegate in pelle e farsi servire il caffè. Qui sono banditi gli smartphone e i computer, che devono essere utilizzati solo nelle suite.

In compenso per ora di pranzo e cena risuona sempre una musica: «Din don dan». Uno degli addetti al servizio marcia con uno xilofono lungo il treno. Subito i primi passeggeri si dirigono verso i vagoni ristorante. Per pranzo vengono servite quattro portate, quattro anche alla sera, e viene versato del vino sudafricano come accompagnamento ad ogni portata. È magnifico, come la chef Aubrey Pieterse e i suoi cinque dipendenti riescano a incantare i passeggeri preparando i pasti nella stretta cucina, attaccata tra due vagoni ristorante. Oggi viene portata a tavola una terrina di verdure, seguita da lombata di antilope.

Ben presto comincio a temere che alla fine di questo viaggio rotoleremo fuori dal treno. Mi prefiggo di vagare per tutti i vagoni almeno per cinque volte al giorno, cosa che dura dei buoni dieci minuti.  La mattina del secondo giorno il treno serpeggia attraverso un paesaggio collinoso. Il sorgere del sole cosparge d'oro queste colline a forma di gobba di cammello. Bello, quasi da sembrare irreale. Solo di tanto in tanto ritorna per qualche secondo buio pesto, quando il treno passa sotto uno dei molti tunnel.

Finora «The Pride of Africa» ha previsto solo dei brevi stop per rifornire il serbatoio di acqua di raffreddamento. Le stazioni, che si trovano perlopiù isolate da qualche parte nel paesaggio, sembrano tutte uguali: strutture bianche come la calce di dimensioni differenti, le sale di attesa intonacate di blu o verde, quasi sempre deserte. Anche nella stazione di Makambako, dove siamo potuti scendere per la prima volta, ci sono solo due donne ad aspettare il prossimo treno. Probabilmente la situazione è questa da ore: hanno messo due coperte sulle panche di legno e vi dormono sopra.

In città domina l’atmosfera allegra del mercato. Le capanne di legno si susseguono in fila ad altre capanne di legno, tutte dipinte in modo colorato, e davanti a ognuna di loro viene venduto qualcosa: verdure, ma anche mobili, scarpe da ginnastica, e ancora biciclette, pneumatici e giacche invernali. Improvvisamente il frastuono aumenta ancora di più: un autobus ha colpito un auto. Subito brulicano le persone intorno al luogo dell’incidente. L’agitazione è tanta, i danni sono per fortuna pochi, e per noi è giunto il momento di ritornare in stazione.

L’anima dell’Africa in Zambia

Di notte attraversiamo il confine con lo Zambia. Mentre girovago ancora assonnato nella carrozza ristorante, nel vagone lounge si è messa comoda una doganiera. Sul suo capo troneggia una pesante parrucca rosso scura. La donna controlla scrupolosamente i documenti, a me non presta più attenzione. Il nostro treno si è fermato ora a Nakonda, il primo posto dopo il confine. Sulla scaletta incontro il gestore della stazione Masereso, che lavora nelle ferrovie da 22 anni. Prima è stato un conducente di locomotive. All’epoca erano ancora in funzione 41 locomotive, oggi ne sono rimaste solo 14. E questo malgrado le sempre crescenti esportazioni di rame.

Dei lati meno belli dell’Africa si parla anche nei resoconti di bordo mattutini. Le due guide turistiche Bianca Preusker e Kevin Stolzenberg raccontano della schiavitù nell’Africa orientale e sull’isola di Zanzibar, uno dei più gravi delitti dell’umanità in assoluto. Sono oggetto di discussione anche le cifre terribilmente alte dei malati di HIV: infatti in alcuni Paesi dell’Africa è infetto un terzo degli abitanti. Ma ciò nonostante Kevin Stolzenberg, cresciuto in Germania e da anni residente in Sudafrica, elogia entusiasta la sua seconda patria con un proverbio: «Puoi lasciare l’Africa, ma l’Africa non ti lascerà mai.»

In Zambia incontriamo l’Africa che ci si immagina quando si pensa al continente nero. Capanne di argilla con tetti di paglia e donne che tengono in equilibrio sulla testa frutta colorata disposta su più strati. Anche il treno si tiene in equilibrio, lo stato delle rotaie qui è anche peggiore. I vagoni grugniscono, gemono e mugolano. Non si avvista nessuna nuvola sopra la boscaglia infinita dello Zambia. Nella città Kapiri Mposhi passiamo dal percorso del TaZaRa all’antica linea coloniale.

Una volta avrebbe dovuto portare fino al Cairo, secondo i piani dell’imperialista britannica Cecil Rhodes. Il suo leitmotiv era uno slogan che è comparso per la prima volta sulla stampa britannica nel 1876: «Dal Cairo al Capo!» La brama d’oro e di diamanti ha condotto molte persone fino in Africa. L’ironia della sorte: il progetto ferroviario di Rhodes è stato portato avanti dalla Cina comunista negli anni 70, almeno in parte.

Anche il nostro viaggio prosegue. Se non fosse per questo problema: una locomotiva che procedeva davanti a noi ha avuto un guasto e blocca il tragitto. Abbiamo già accumulato cinque ore di ritardo sulla nostra tabella di marcia. La notte scorsa la capo treno Mart Marais non ha chiuso praticamente occhio. Cerca disperatamente una soluzione, ma rimane calma, perché lavora già da dieci anni sul «Rovos Rail». Come sempre anche questa volta la trova: due autobus blu reale. Dobbiamo fare il cambio.

I successivi 500 chilometri procedono su strada. Altrimenti non ce la facciamo ad arrivare in tempo al Chobe Safari Lodge dietro il confine successivo con il Botswana. Non ci perdiamo molto: i binari e la strada procedono il più delle volte parallelamente. Quando verso il pomeriggio raggiungiamo il fiume Zambesi, si trovano là dozzine di camion, che aspettano la traversata. Alcune volte, per via di complicate formalità alla dogana, capita che un conducente debba rimanere qui fino a quattro giorni prima che il suo veicolo possa finalmente salire sul traghetto. A noi i doganieri ci fanno segno di passare.

All'ombra dei Big Five

Ora la prossima attrazione è distante solo 15 minuti di auto: il famoso parco nazionale del Chobe. Poco dopo ci sediamo su un fuoristrada aperto e sfrecciamo in direzione del parcheggio. Il tempo scorre velocemente e dopo il calar del sole nessuno può rimanere nel parco. Il «Chobe » è famoso per i suoi enormi elefanti.

La natura selvaggia nel parco nazionale del Chobe è dura, rude e romantica allo stesso tempo. La vasta palude attira molti animali: oltre agli elefanti pascolano ippopotami, bufali, cudù e gnu. E mentre alcuni babbuini si inseguono, una dozzina di coccodrilli prendono il sole, apparentemente disinteressati, ai margini della palude.

Improvvisamente il nostro autista parla agitato nell'apparecchio radiotrasmittente, dopo frena bruscamente e svolta. Dobbiamo tornare indietro perché il sole sta calando? Neanche per sogno! Uno dei Big Five si è messo comodo su un albero e il leopardo non si lascia disturbare da niente e da nessuno. Allunga tutte e quattro le zampe e si stiracchia nel tramonto rosso.

La realtà è infatti più bella di quanto si possa immaginare da una cartolina. Solo che, come ogni viaggio in realtà, anche quelli belli, si giunge prima o poi al termine. La mattina seguente si prende congedo dall’Africa, ma ancora ci attende un ultimo momento spettacolare: le cascate Vittoria, al confine tra lo Zimbabwe e lo Zambia. Sono larghe 1708 metri, e l’acqua del fiume Zambesi si riversa su una parete rocciosa di 110 metri. È come se un gigante avesse formato con un’ascia una spaccatura nella crosta terrestre. Gli indigeni Makololo chiamano le cascate Mosi-oa-Tunya, in italiano: fumo che tuona.

La nebbia sale fino a 300 metri e si vede ancora a 30 chilometri di distanza. Mentre la nebbia inumidisce la mia pelle, ricordo i giorni a bordo del «Rovos Rail» e concordo con il leggendario missionario inglese e ricercatore africano David Livingstone che fu il primo europeo a vedere le cascate nel 1851 e scrisse questa frase: «Un’immagine così bella che suscita stupore negli angeli in volo.»

Questo reportage è stato pubblicato per la prima volta sulla rivista «Schweizer Familie».

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