I Beatles nel mirino dell’intelligence italiana

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7.10.2020 - 16:35

Sir Paul McCartney Performs Live on Stage at T-Mobile Arena in Las Vegas During His Freshen Up Tour on June 28th Featuring: Paul McCartney Where: Las Vegas, Nevada, United States When: 28 Jun 2019 Credit: Judy Eddy/WENN.com Featuring: Paul McCartney Where: Las Vegas, Nevada, United States When: 28 Jun 2019 Credit: Judy Eddy/WENN.com
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A rivelare i retroscena 55 anni dopo la tournée italiana della band è Guido Crapanzano, numismatico di fama internazionale.

Si aprono inediti retroscena sui Beatles, spiati dai Servizi di sicurezza italiani.

A rivelarne i dettagli, 55 anni dopo la tournée italiana della band, è Guido Crapanzano, numismatico di fama internazionale, nell’intervista rilasciata al giornalista Rai, Michele Bovi, per la rivista web CoolMag.

Crapanzano fece da spalla al quartetto inglese nel 1965.

«Quando i Beatles nel giugno del 1965 vennero in tournée in Italia, io con il mio complesso, ovvero “Guidone e gli Amici”, fummo scelti per aprire i concerti di Milano, Genova e Roma. Gli altri artisti-spalla erano Fausto Leali, Peppino Di Capri, i New Dada, Le Ombre e Angela. Risiedevamo tutti negli stessi alberghi ma soltanto a me era consentita una singolare familiarità con il quartetto di Liverpool e il loro management - sottolinea Crapanzano - perché ero l’unico a esprimermi correttamente in inglese. Mi collocavano sempre in una stanza accanto alla loro. Quando c’era bisogno di qualcosa (talvolta, non mi vergogno di confessarlo, persino una bottiglia di acqua minerale) bussavano, chiamavano me: insomma una sorta di valletto fidato. Le due occhiute guardie del corpo posizionate ininterrottamente davanti alla porta della loro camera facevano passare solo Mister Guidone».

A questo punto però Crapanzano nota un dettaglio sospetto che riconduce ad una missione dei Servizi di sicurezza italiani.

«Poco prima dell’arrivo dei Beatles fui avvicinato da una persona che mi venne presentata dal responsabile della sicurezza del Velodromo Vigorelli: disse che era un giornalista, ma il modo di comportarsi e le domande che mi fece, mi indussero a pensare piuttosto a un uomo degli apparati di informazione e sicurezza. Non voleva un’intervista, ma soltanto ragguagli sull’ambiente italiano dei musicisti e segnatamente sui quattro artisti inglesi: la preoccupazione maggiore mi sembrò fosse riferita all’uso di stupefacenti. Fui felice di testimoniargli a fine tournée che l’unica droga di cui John, Paul, George e Ringo dimostravano di fare ampio uso era la musica».

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