Perché una vittoria di Biden innescherebbe una «guerra fredda» con la Cina?

tsha

29.10.2020

Donald Trump e Joe Biden sono entrambi sostenitori di una politica commerciale che mira a servire gli interessi degli Stati Uniti.
Keystone

Che il vincitore delle elezioni sia Donald Trump o Joe Biden, entrambi i politici puntano sulla contrapposizione nella guerra commerciale con la Cina. Alla fine, Pechino dovrebbe considerarsi vincitore morale.

«Buy American» - nel contesto della corsa alla Casa Bianca, negli ultimi tempi gli slogan come questo, che incoraggiano i consumatori ad acquistare prodotti fabbricati negli Stati Uniti, si moltiplicano. Non, però, durante le apparizioni di Donald Trump, che continua ad attenersi alla ricetta di successo del «Make America Great Again» (abbreviato in «MAGA»). È infatti il suo sfidante, Joe Biden, che fa appello all'orgoglio nazionale dei suoi compatrioti per la scelta degli acquisti.

Anche se Joe Biden e Donald Trump si differenziano sotto molti aspetti, soprattutto nel loro modo di comunicare, i due rivali hanno più punti in comune di quanto non vorrebbero ammettere in politica commerciale, e di conseguenza anche nell'approccio nei confronti della Cina.

Donald Trump ovviamente la vede in modo diverso. Joe Biden conta di «trasferire posti di lavoro in Cina», ha tuonato durante una delle sue apparizioni. L’interessato non vuole ignorare l’accusa in questione, che rappresenta una vera pugnalata in questa tempestosa campagna elettorale. Per questo continua ad incitare i suoi compatrioti a investire e produrre negli Stati Uniti – come per prevenire gli attacchi di Trump.

In realtà le esternazioni del presidente in carica non sono poi così errate. In passato, Joe Biden ha sempre sostenuto la politica di libero scambio degli ultimi decenni, da cui la Cina ha tratto grande vantaggio, sia come vicepresidente sotto Barack Obama, sia come senatore negli anni precedenti. Quattro anni fa, durante la campagna elettorale, Hillary Clinton, seguendo la scia di molti altri democratici, si presentava ancora come una convinta sostenitrice della globalizzazione. Evidentemente questo non ha giocato a suo favore, anzi: è proprio nelle regioni più povere degli Stati Uniti, contrarie alla globalizzazione, che ha perso voti a vantaggio di Donald Trump.

La globalizzazione: maledizione o benedizione?

Il fatto che oggi Joe Biden esiga il contrario di ciò che era ancora parte del suo programma qualche anno fa, da una parte, dipende certamente dalla lezione che ha imparato dopo la sconfitta di Hillary Clinton. Anche all’epoca, tuttavia, all’interno del Partito democratico, si erano levate voci apertamente critiche contro la tendenza verso la globalizzazione dei dirigenti.

Nell’aprile del 2017 Xi Jinping è stato un invitato di Donald Trump.
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Durante i quattro anni passati, Donald Trump ha fatto del suo attacco alla globalizzazione e al multilateralismo l’elemento centrale della sua politica. Da diversi decenni a questa parte, le relazioni tra Stati Uniti e Cina vivono il loro momento peggiore. Bisogna tornare indietro al 1989, quando la Cina ha soffocato nel sangue il movimento democratico, per trovare un momento in cui i rapporti tra i due paesi siano stati così glaciali come oggi. Alcuni osservatori parlano già di una nuova guerra fredda tra le due superpotenze.

Le rivendicazioni espresse da Joe Biden durante la campagna elettorale suonano populiste in puro stile «MAGA». «Se la vostra strategia aziendale consiste nell’aumentare i profitti degli azionisti e i bonus dei dirigenti delocalizzando il lavoro, ci assicureremo che paghiate tutte le tasse statunitensi su questi profitti», con queste parole Joe Biden ha avvertito gli imprenditori, annunciando anche l’introduzione di sanzioni fiscali. Le aziende statunitensi che producono all’estero dovranno pagare un supplemento del 10%, ha precisato Joe Biden. Il candidato, in compenso, ha promesso sgravi fiscali analoghi per le imprese che riporteranno il lavoro delocalizzato negli Stati Uniti.

La Cina tra preoccupazione e speranza

Con queste parole, Joe Biden non sembra avere l’intenzione di avvicinarsi alla Cina, al contrario. Mentre Donald Trump gioca di solito la carta del nazionalismo, Joe Biden punta sulle preoccupazioni economiche dei suoi potenziali elettori. Ma il risultato è lo stesso. Se, ad inizio novembre, il politico settantasettenne venisse letto alla Casa Bianca e mettesse in atto le sue minacce, le relazioni tra Cina e Stati uniti potrebbero restare fredde. Questo si sa in Cina?

Il fatto che Joe Biden sia in testa nei sondaggi rispetto al presidente in carica sembra comunque piacere agli investitori in Cina. «La prospettiva dell’arrivo del democratico alla Casa Bianca rallegra i mercati cinesi», secondo quanto riportato da una recente analisi del quotidiano tedesco «Handelsblatt». Forse perché, a differenza di Donald Trump, Joe Biden si esprime in modo meno aggressivo nei confronti di Pechino. È anche considerato più affidabile dell'attuale presidente, conosciuto per i suoi improvvisi mutamenti di politica: mentre oggi inveisce con parole durissime contro la Cina quasi quotidianamente, solo pochi anni fa non esitava a mostrarsi lusinghiero.

In Cina, però, ci sono anche voci che sostengono che proprio per questa ragione Joe Biden rappresenti una minaccia ancor più grande rispetto a Donald Trump per le relazioni commerciali tra i due Paesi. Secondo queste voci, le incoerenze del presidente e la sua evidente mancanza di strategia sono meno pericolose della posizione determinata e costante del suo avversario democratico nei confronti di Pechino.

La Cina: vincitore morale?

Cheng Xiaohe, docente di relazioni internazionali all’Università popolare cinese di Pechino, teme che Joe Biden possa usare «tattiche più coordinate» contro la Cina rispetto a quanto Donald Trump non abbia fatto fino ad oggi. Il suo intervento nella guerra commerciale potrebbe essere «più efficace» per gli Stati Uniti, ha dichiarato il professore al «New York Times».

Quindi, qualunque sia il vincitore delle elezioni statunitensi del 3 novembre, alla fine la Cina potrebbe continuare a rivestire il doppio ruolo che ricopre da anni: anche se l’economia cinese dovesse risentire ancora del conflitto con gli Stati Uniti, Joe Biden nella veste di presidente degli Stati Uniti, offrirebbe comunque al suo omologo cinese Xi Jinping la scusa per presentarsi al pubblico come un’alternativa al protezionismo statunitense.

Almeno a partire dalla sua comparsa al Forum economico mondiale di Davos nel 2017, occasione in cui si è ritrovato al centro della cronaca, Xi Jinping apprezza apertamente questo ruolo di luminosa alternativa all’isolazionismo degli Stati Uniti. Che vinca Donald Trump o Joe Biden, Xi Jinping dovrebbe risultare il vincitore morale delle elezioni, rappresentando il Paese che mantiene i valori incarnati in passato dagli Stati Uniti. O almeno è così che la Cina vorrebbe presentarsi al mondo.

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