«Questo è il gesto universale per dire: “Non sono un ostaggio”»

di Philipp Dahm

23.4.2020

Il dottor Anthony Fauci alza le braccia.
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Le scene surreali si moltiplicano nel circo mediatico di Washington. E i rapporti tra il presidente Donald Trump e una parte della stampa sono diventati preoccupanti, secondo l'autore satirico Stephen Colbert.

Volendo utilizzare un termine volutamente esagerato, attinto dal vocabolario bellico, potremmo parlare di «guerra aperta». In campo politico, le battaglie, le scaramucce e le speronate prendono ormai la forma delle conferenze stampa quotidiane. Ed essendo il presidente colui che informa i media nazionali, lo scontro è al vertice. Parliamo dei tentativi di intimidazione portati avanti ancora una volta dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump contro gran parte della stampa del proprio Paese.

Il fatto che tutto ciò sia noto al grande pubblico è merito di C-SPAN, emittente televisiva via cavo statunitense. E, certamente, ai late-night show, che adorano scandagliare il comportamento del presidente, ma che si rivolgono ad un pubblico la cui opinione è formata ormai da tempo. E per il quale gli atteggiamenti di Trump non hanno più nulla di sorprendente.

Ma grazie a Dio, o alla televisione, i sermoni pubblicati dalla stampa sono divertenti e allo stesso tempo ricchi di contenuto. Il fatto che si tratti di una lotta senza quartiere è confermato dalla durata delle conferenza stampa. L'ultimo confronto tra Donald Trump e i media è durato 2 ore e 24 minuti.

«Il presidente non può organizzare meeting di campagna elettorale - afferma Stephen Colbert nel suo «Late Show» per spiegare la ragione di tali conferenze-fiume -. Ciò perché il coronavirus rappresenterebbe un rischio per la vita dei suoi sostenitori. E esiste una regola elementare in politica: “Non uccidere i tuoi elettori”». Così, il presidente statunitense cerca di fare campagna elettorale attraverso le comunicazioni alla stampa e le bordate lanciate contro i media.

La casa brucia

«[Donald] Trump era furioso a causa di tutti gli articoli pubblicati nel weekend scorso in merito alla sua incapacità, ben nota, di prendere sul serio il coronavirus - prosegue Colbert -. Per questo ha obbligato la stampa presente a guardare un video nel quale sono stati presentati i suoi successi nella gestione dell'epidemia». La clip comincia con la seguente affermazione: «I media hanno minimizzato i rischi fin dall'inizio, mentre il presidente Trump prendeva misure concrete».

Il menù televisivo è servito da Stephen Colbert.
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Benché le comunicazioni alla stampa abbiano in realtà l'obiettivo di fornire informazioni preziose ad una comunità in preda all'incertezza derivante dalla crisi nazionale, «Donald Trump se ne serve per vantarsi», accusa Colbert. «È come se un pompiere arrivasse davanti alla vostra casa che va a fuoco e, anziché impugnare una pompa antincendio, dicesse: "Wow, questo scenario è perfetto per organizzare un one man show e dire che non è colpa mia se la vostra casa sta bruciando"».

I late show negli Stati Uniti: capire l’America

50 Stati, 330 milioni di abitanti e ancora più opinioni: come «comprendere l’America»? Per mantenere uno sguardo d’insieme senza perdersi, occorre un faro. Le star dei late shows offrono probabilmente il miglior aiuto per la navigazione: si tratta di pefetti “piloti” , che esplorano in modo impeccabile i bassifondi del Paese e della sua popolazione. E che sono sfruttati dal nostro autore Philipp Dahm come bussole per comprendere l’umore degli statunitensi.

A questo punto Colbert, parafrasando un grande successo di Billy Joel, canta «I didn’t start the fire…» («Non ho appiccato io il fuoco…») e batte le mani. «Battono le mani nella canzone?», chiede a suo figlio, cameraman nello studio televisivo installato a casa del presentatore. «No», risponde lui. «E sono stato intonato?» John: «Non eri così lontano dall'esserlo». È lo charme della spontaneità e dell'imperfezione comune a tutti i late-night show moderni.

Epidemia sotto controllo e fake news

Al contrario, Donald Trump ha trovato senz'altro meno simpatico il fatto che una giornalista sia tornata alla carica chiedendogli come mai le informazioni contenute nel video si riferiscano soltanto a partire dal mese di marzo. La reporter, Paula Reid, che lavora per la stessa emittente televisiva di Colbert, si sente rispondere a partire dal minuto 3'15'': «Lei sa di mentire. [...] L'intera sua emittente mente. L'intera vostra copertura mediatica è falsa». 

Di qui la replica di Colbert: «Lo sa, signor Presidente, lei puoi dire tutte le bugie che crede, ma le cose sulle quali lei mente sono accadute soltanto due mesi fa. Eravamo tutti qui e abbiamo a disposizione delle cose che si chiamano telecamere e che l'hanno registrata mentre affermava quanto segue: ...».

Vengono riproposte delle dichiarazioni di Donald Trump che risalgono a febbraio.
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A questo punto, a partire dal minuto 4'48'' viene proposta una compilation di dichiarazioni che risalgono al mese di febbraio, nelle quali Trump ripete che tutto è «sotto controllo», che il virus sparirà da solo ad aprile e che non rappresenta in alcun modo un problema. «Non abbiamo dimenticato. Non siamo dei pesci rossi», chiosa Colbert.

Gli ammutinati del confinamento

Esattamente come accade da noi, anche negli Stati Uniti la domanda principale consiste nel sapere quando le briglie della società potranno essere mollate. Ma, a dire il vero, al di là dell'Atlantico, il dibattito si concentra anche sul comprendere chi sia in realtà il cavallo e chi invece il cavaliere.

Mentre i governatori degli Stati federali intendono mettersi d'accordo per determinare il momento in cui revocare il confinamento, Donald Trump sottolinea come a suo avviso la decisione debba essere assunta da Washington. E dunque da lui stesso. Per quanto riguarda l'attribuzione delle competenze, infatti, a partire dal minuto 7'25'', il miliardario statunitense afferma che la sua autorità «è totale». Il governatore di New York Andrew Cuomo ha tuttavia contestato le affermazioni del presidente, sostenendo che quest'ultimo non è un re (a partire dal minuto 8'01'').

Dichiarazioni che, a loro volta, hanno portato ad una replica di Donald Trump affidata a Twitter:

Colbert ha dunque alzato il tiro: «Benché sia uno dei suoi film preferiti, Trump non si dimostra molto fedele alla sceneggiatura de “Gli ammutinati del Bounty”. Le cose non vanno infatti così bene per il capitano Bligh. Viene destituito e finisce su una barchetta sulla quale torna in Inghilterra a remi... Mio Dio, spero davvero che vada a finire come ne “Gli ammutinati del Bounty”!».

Anthony Fauci, dulcis in fundo

Alla fine della trasmissione, Colbert parla del quasi-capro espiatorio Anthony Fauci, che ha già rischiato di essere fucilato al fronte. Dopo che Donald Trump è stato a un passo dal licenziarlo per alcune dichiarazioni pubbliche imprudenti, l'immunologo di 79 anni presta maggiore attenzione.

«Innanzitutto, è ridicolo il fatto che il presidente approfitti di una conferenza stampa su una pandemia mondiale per imporre un video di propaganda ad una nazione preoccupata», sostiene Stephen Colbert. Che conclude facendo riferimento ad un testo scritto mostrato a caratteri cubitali: «E in secondo luogo, la vostra propaganda fa schifo!».

Al minuto 10'25'' compare di nuovo la giornalista Paula Reid, che cerca di far spiegare a Anthony Fauci a cosa si riferisse quando parlava di «reticenze» osservate all'inizio della crisi del coronavirus. Il medico risponde: «Ho scelto male le parole». La reporter si mostra sospettosa: «È farina del suo sacco o è il presidente che le ha detto di rispondere così?».

Anthony Fauci a quel punto alza le mani: «Tutto ciò che faccio lo decido io. Per favore, eviti di insinuare cose simili!». Colbert a sua volta alza le mani, con un sorrisetto. «Questo è il gesto universale per dire “Non sono un ostaggio”. Evitate di insinuare che io ammicchi per far passare un messaggio in codice morse!». 

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