Decreto d'abbandono per l'ex Macello, Pagani: «Si voleva preservare l’incolumità di tutti»

SwissTXT / pab

10.12.2021

Andrea Pagani
Il procuratore generale Andrea Pagani
archivio Ti-Press

È notizia di venerdì mattina che il procuratore generale Andrea Pagani ha firmato un decreto di abbandono per i fatti relativi alla demolizione di parte dell’ex Macello di Lugano. Lo stesso Pagani spiega alla RSI i motivi che hanno portato a questa decisione.

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10.12.2021

«Per quanto riguarda il reato di abuso di autorità, è importante sottolineare che (affinché si configuri, ndr.) bisogna avere l’intenzione di abusare del proprio potere e bisogna fare un più: ovvero che ci sia l’intento di recare danno a terzi. Quella sera, in quelle circostanze, non c’era l’intento di recare danno a terzi, ma l’intento di preservare l’incolumità fisica di tutti: di polizia, manifestanti e terzi in generale», ha detto hai microfoni dell'azienda di Comano il procuratore generale Andrea Pagani.

Quella notte, la polizia aveva proceduto con lo sgombero della struttura e le operazioni di erano concluse con la demolizione di una parte del centro sociale.

«Ricostruiti i fatti minuto per minuto»

Pagani alla RSI spiega inoltre gli interrogatori nell’ambito dell’inchiesta sono stati una trentina («un record per una simile inchiesta») e che sono state condotte analisi chimiche (sui detriti, per rilevare la presenza di amianto e i quantitativi, ndr.) ed è stata allestita una perizia tecnica, ricostruendo «minuto per minuto i fatti a partire dalle 15.00 di quell’ormai famoso 29 maggio».

Il capo impiego dello Stato maggiore e un ufficiale della polizia comunale – ha proseguito Pagani – hanno chiesto alle 21.20 di sabato sera alla Capo dicastero sicurezza di Lugano (la municipale Karin Valenzano Rossi, ndr.) l’autorizzazione esclusivamente all’abbattimento del tetto ed eventualmente di una parete.

«Nei minuti successivi una maggioranza del Municipio» ha avallato questa demolizione parziale; «solo a quel momento, a sgombero ultimato, il capo dello Stato maggiore ha ordinato a un altro ufficiale di procedere col mettere in atto le misure edilizie che quella sera, durante una situazione in evoluzione, erano state ritenute corrette e opportune».

Errore di comunicazione

«In quel momento – sottolinea il capo della procura – era stata decisa una demolizione parziale». Ma, «per un malinteso sotto il profilo informativo, fra chi era attivo in seno allo stato maggiore a Bellinzona e chi era attivo sul posto a Lugano, e che quindi doveva dare gli ordini alle imprese edili, lo stabile è stato interamente distrutto».

In sintesi, l’abbattimento totale di uno stabile facente parte del complesso dell’ex Macello, dove vivevano alcuni autogestiti del centro sociale il Molino, si è verificato per un errore di comunicazione.

Il procuratore generale ha quindi valutato la posizione soggettiva dei membri dell’Esecutivo interpellati dalla polizia, di chi ha suggerito l’abbattimento del tetto e di una parete e di chi ha dato l’ordine agli operai di procedere con l’abbattimento integrale dell’edificio, senza però ravvisare responsabilità penali

Timore che gli autogestiti potessero rioccupare il Molino

Pagani ha inoltre ricordato che quella notte era fondato il timore che gli autogestiti potessero rioccupare il Molino passando dal tetto pericolante; non si può quindi sostenere che chi ha proposto e approvato la demolizione parziale abbia agito con l’intento di recare danno a terzi: «Hanno agito in una situazione di crisi e d’urgenza con l’intento di salvaguardare l’integrità fisica» di varie persone. Sono quindi stati rispettati, a detta di Pagani, i requisiti «di proporzionalità e sussidiarietà».

Se non si fosse proceduto con l’abbattimento, la polizia avrebbe dovuto presidiare sine die l’area, «cosa che il Consiglio di Stato aveva già escluso». La salvaguardia dell’integrità fisica delle persone, conclude Pagani in riferimento al reato ipotizzato di abuso di autorità, era quindi superiore a quella dei beni fisici andati distrutti.