McSorley, l'erede di Slettvoll alla corte dei Mantegazza

«Con me non esistono né i 'no' né i 'forse'»

bfi

10.5.2021

Geneve-Servette's Head coach Chris McSorley talks to his players, during a National League regular season game of the Swiss Championship between Geneve-Servette HC and SC Bern, at the ice stadium Les Vernets, in Geneva, Switzerland, Tuesday, January 15, 2019. (KEYSTONE/Salvatore Di Nolfi)
Chris McSorley sulla panchina del Ginevra nel 2019.
Keystone

Chris McSorley è il nuovo head-coach del Lugano. Il canadese ha firmato un contratto di tre anni. Conosciamolo un po' meglio.

bfi

10.5.2021

Per quasi vent'anni Chris McSorley ha rivestito quasi ogni posizione possibile all'interno del Ginevra-Servette. È stato allenatore, direttore sportivo e anche proprietario.

A detta di molti, il canadese ha portato sulle rive del Lemano quello spirito combattivo tipico del suo Ontario. Un atteggiamento che è piaciuto molto a Les Vernets, anche se nonostante aver portato il Ginevra nella massima serie (2002), aver vinto due volte la Coppa Spengler (2013-2014) e aver raggiunto la finale dei playoff due volte (2008-2010), il titolo di campione svizzero gli è sempre sfuggito.

È dunque nelle massime - esplicitate - aspirazioni del 59enne canadese, e in quelle dell'Hockey Club Lugano, conquistare il titolo di campione svizzero.

McSorley il nuovo Slettvoll

In McSorley molti intravvedono l'erede di John Slettvoll, l'indimenticato coach svedese che fece grande il Lugano negli anni '80 portandolo fin sulla vetta dell'hockey nazionale. 

Era il 1983 quando Geo Mantegazza - allora presidente del club nonché papà di Vicky Mantegazza - contattò lo svedese Slettvoll per chiedergli di costruire qualcosa di grande a Lugano. Quattro titoli e la denominazione di 'Grande Lugano' furono alcuni delle testimonianze della promessa mantenuta da Slettvoll. 38 anni dopo, la figlia Vicky saluta l'arrivo di Chris McSorley con la speranza di poter rialzare finalmente quel titolo di campione svizzero che a Lugano manca dal 2006.

«Ci sono club che prolungano il contratto con il loro allenatore - aveva commentato alcuni mesi fa Serge Pelletier ai microfoni della RSI - come con il mio collega Christian Wohlwend. D'altra parte, ci sono club che preferiscono aspettare».

Già, aspettare uno come Chris McSorley, e non ce ne voglia il gentiluomo Pelletier, ha tutti i requisiti per piacere alla difficile piazza di Lugano: uno che sa il fatto suo, un passionale che sa calarsi nei panni di attore se serve, un uomo di hockey, impulsivo, che può non piacere ad alcuni ma che sa sicuramente infuocare gli animi dei più.

La sua storia di allenatore

Dopo aver lavorato in qualità di head-coach nelle leghe minori del Nord America per quasi dieci anni, a 39 anni, Chris McSorley decise di passare l'Atlantico per iniziare una nuova avventura. Non si trattava di una chiamata dalla Russia, dalla Svezia e o dalla Repubblica Ceca: il canadese finì a Londra, sulla panchina dei London Knights, una franchigia ambiziosa, ma che non poteva contare su un campionato di grande livello, né tantomeno sui fasti della tradizione. 

Tant'è che Chris McSorley, alla sua prima stagione, portò il club alle finali della Benson and Hedges Cup e ai Playoff del campionato. Nel suo secondo anno nella capitale inglese McSorley portò i cavalieri addirittura fino alla finale di Continental Cup dove perse solo contro lo Zurigo, di misura, battendo invece Bratislava e Monaco. È ancora oggi la migliore performance di qualsiasi club britannico in Europa nelle finali della Continental Cup. Avendo attirato gli occhi di molti club europei ambiziosi - quanto lui - McSorley scelse di trasferirsi a Ginevra, nel 2001. Da quel momento il canadese è diventato un personaggio molto conosciuto dell'hockey, una buona parte della storia di questo sport a livello nazionale.

«Se non mi fossi innamorato dell'hockey avrei fatto l'avvocato»

In attesa di conoscerlo di persona per voi, abbiamo ripescato un'intervista fatta anni fa al coach canadese da un quotidiano romando.

Cosa fa la mattina presto: «Di solito mi alzo alle 5:45 e vado su internet per vedere quali giocatori hanno giocato bene in Nord America. Verso le 7 mi reco alla pista di pattinaggio».

Il suo cibo preferito: «Amo il cibo italiano e cucino spesso per la mia famiglia. Mi aiuta a rilassarmi».

La sua bevanda preferita: «Vino rosso. Il vino svizzero mi piace nel suo insieme. Un buon bicchiere di vino condiviso con gli amici è un piacere».

Cosa avrebbe fatto se la sua passione per l'hockey non fosse diventata una professione, quasi un'ossessione: «Se non fossi stato nell'hockey, sarei diventato un avvocato. Mi piace una buona discussione!».

La sua più grande qualità: «La determinazione. I 'no' e i 'forse' non esistono con me. Non si può guidare un'organizzazione se si accettano i blocchi stradali. Una strada bloccata deve essere una rampa di lancio, non un ostacolo».

Il suo peggior difetto: «La mia impazienza. Mi aspetto così tanto da tante persone».

I suoi idoli: «Sidney Crosby per la sua maturità in giovane età, Tiger Woods per la sua forza mentale, LeBron James per le sue qualità fisiche e Sir Alex Ferguson per la classe con cui ha saputo gestire la più grande organizzazione sportiva del mondo (ndr: Manchester United)».