L'ex tennista imbraccia il fucile

Dogolpolov: «Nessuno vuole morire in guerra, ma è la nostra terra»

bfi

22.3.2022

epa04890348 Alexander Dolgopolov of Ukraine hits a return shot to Jerzy Janowicz of Poland during their third round match in the Western & Southern Open at the Linder Family Tennis Center in Mason, Ohio, USA, 20 August 2015. EPA/TANNEN MAURY
Alexander Dolgopolov, 2015
KEYSTONE

L'ex tennista ha deciso di tornare in patria a combattere, dopo un periodo di istruzione all'uso delle armi. Il 33enne ucraino ha anche accusato la federazione internazionale di tennis di essere «troppo morbida».

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22.3.2022

L'ex stella del tennis ucraino, Alexandr Dolgopolov, ha deciso di difendere il suo paese nel conflitto in corso con la Russia.

Tramite i social il 33enne ha riferito di essere tornato a Kiev per combattere, dopo essere inizialmente fuggito in Turchia con sua madre e sua sorella all'inizio dell'aggressione da parte dell'esercito russo.

In un'intervista ad Eurosport, Dolgopolov ha rivelato di essersi sottoposto a un addestramento con le armi, oltre a spiegare cosa lo ha spinto a tornare in Ucraina. 

Twitter

«È stata una mia decisione e nessuno ha potuto fermarmi» ha detto l'ex tennista. «Mio padre era triste. È stata dura quando ci siamo separati. Era molto preoccupato e ovviamente nessuno voleva che fossi qui».

«Ma questa è la realtà. È la guerra»

«Cosa possiamo fare? Sono sicuro che nessuno dei nostri ragazzi vuole morire o essere in questa guerra, ma è la nostra terra», ha continuato il nativo di Kiev ai microfoni di Eurosport.

Dolgopolov ha parlato di «panico» nei primi giorni dell'invasione russa e di come ha sentito il bisogno di portare via la sua famiglia in Turchia, ma poi, di come ha sentito l'obbligo di tornare in patria. 

«Inizialmente ho preferito lasciare il paese. E se fosse successo qualcosa, avrei potuto aiutare usando i social media, perché ho molti seguaci in tutto il mondo: avrei potuto mostrare la verità, perché ho accesso a tutte le informazioni all'interno del paese».

Poi però ...

«Dopo qualche giorno, quando la situazione ha iniziato a stabilizzarsi e i combattimenti sono diventati comprensibili, nel senso che si è iniziato a capire dove stavamo facendo bene e dove meno, ho iniziato a pianificare il mio rientro».

Dolgopolov non aveva mai usato un fucile prima, non aveva nessuna idea di come tenere un'arma, «così ho trovato una piazza di tiro e sono stato aiutato da un ex militare professionista, che mi ha istruito sull'uso del fucile per una settimana. Ora sono a mio agio con le armi».

L'amara dichiarazione

«Ora posso sparare - ha continuato il 33enne -  non perfettamente ma di sicuro posso colpire una persona se devo». 

L'importanza delle star dello sport

Dolgopolov crede che il suo profilo e quello di altre star dello sport e non solo, sia importante per aumentare la consapevolezza sulla guerra, ma invita altri ad unirsi a lui per difendere la nazione.

«I soldati stanno combattendo, ma hanno bisogno di sapere per cosa stanno combattendo. Se tutti lasciano il paese e tutti lasciano le loro case, se rimangono solo città vuote, come faranno i nostri soldati ad avere davvero la motivazione per combattere fino alla fine?».

L'accusa ai tennisti «troppo attenti»

Dolgopolov ha inoltre detto che sono necessarie azioni più severe nello sport, anche se questo significa un divieto generale a tutti gli atleti russi e bielorussi a partecipare a qualsiasi competizione internazionale.

«I tennisti nei loro discorsi sono molto, molto attenti. Non stanno dicendo "condanniamo la guerra del nostro esercito e del nostro governo", ma dicono solamente "siamo contro la guerra".

«Per me il tennis è troppo morbido e troppo neutrale. Possiamo vedere cosa ha fatto il calcio. Hanno semplicemente bandito tutte le loro squadre. Non giocano più. Altri sport l'hanno fatto, ed è la cosa giusta da fare», ha puntualizzato l'ex tennista che ha giocato la sua ultima partita da professionista nel 2018, all'età di 29 anni.

Dogolpolov ha concluso dicendo di capire che i tennisti - russi e bielorussi in questo caso - non hanno nessuna colpa, ma ha ricordato altresì che «ogni russo è responsabile affinché si possa fermare il presidente (Putin n.d.r.)».