Marco Solari: «Dobbiamo sempre avere la forza di guardare avanti»

Teleclub / pab

6.8.2020

Il presidente del Locarno Film Festival ospite di Claudia Lässer a Zoom Persönlich
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In una prima intervista il presidente del Locarno Film Festival ci ha svelato i suoi ricordi più intimi delle passate edizioni. Oggi invece ci parla di più di se stesso e del segreto del suo successo come manager.

Marco Solari, presidente del Locarno Film Festival dal 2000, si è confidato nel Talk Show «Zoom Persönlich», condotto da Claudia Lässer, responsabile di TeleClub. Qui di seguito un condensato di quanto detto da uno dei  ticinesi più conosciuti al Nord delle Alpi.

Marco Solari ha portato il glamour al Locarno Film Festival dandogli uno splendore internazionale. Solo che quella di quest’anno sarà un’edizione un po’ diversa a causa della pandemia. Iniziamo proprio da qui: lei è stato personalmente colpito dal virus. Le è stato fin da subito chiaro cosa fosse?

No, non è stato subito chiaro. All’inizio non sapevo bene cosa significasse questo virus, cosa realmente potesse voler dire. E per fortuna non l’ho capito. Quello che ho vissuto in cure intense e quello che ho vissuto in isolamento all’ospedale…  devo dire che so che per altri è stato anche peggio, so che devo essere riconoscente.

Non è che dopo la malattia tutti diventano più riconoscenti?

Non ne sono così sicuro. Mi sono posto anche io la domanda. Si è come si è. I buoni rimangono buoni e i cattivi cattivi. C’è la volontà di concentrarsi sulle cose essenziali della vita. Come con le altre malattie, anche con il COVID-19 ci si rende conto che c’è una fine, che la vita è un regalo. Pagina dopo pagina. Una buona vita è quando si è potuto dare qualcosa agli altri. In quei momenti ti fai anche domande filosofiche: cosa è la vita? La famiglia è molto importante, ma c’è anche il coté professionale. In qualsiasi funzione dirigenziale io mi sia trovato ho sempre cercato di passare del tempo con le persone, a volte molte ore al giorno, di farle sentire a proprio agio, perché solo così riesci a fare quello che devi, cioè a estrarne il meglio.

Questa è una concezione molto moderna del management, nell’arte del dirigere le persone. Lei però appartiene a un'altra generazione, in cui la conduzione era più gerarchizzata, molto più verticale.

È vero. Ma non sarebbe stato poi così facile se avessi condotto solo con la gerarchia. I concetti di «Strategy for structure», «Strategy before people» hanno sicuramente la loro importanza nelle grosse organizzazioni. Ho molta esperienza in grandi aziende. Sono stato amministratore delegato della Migros, oggi si direbbe direttore generale, e vice presidente della Direzione generale del gruppo editoriale Ringier. E ho capito che tutto viene dalle persone. Le si deve motivare perché possano usare le loro forze. E l’unica maniera è quella di prestare loro attenzione.

Da dove viene questa sua caratteristica?

Ho imparato molto quando ho lavoravo per pagarmi gli studi. Ho avuto un’esperienza fantastcia come guida turistica in Asia e in Africa, potrei raccontare avventure per ore. È stata un’esperienza importante. Quando si è in giro con 20, 30 o 40 persone per due settimane, si impara a conoscere la natura umana, si riconosce chi è onesto da chi invece, per esempio, è un approfittatore.

Forse è per questo che ha tanto successo come manager?

È vero. Gli assessement, in teoria, ti dicono chi è il candidato giusto. Ma anche le sensazioni giocano un ruolo. E anche se qualcuno risulta essere il migliore nell’assessement, ma senti che non è la persona giusta, bisogna dirlo. Se c’è invece un dubbio, bisogno dare fiducia.

Ha costruito così il suo team?

Certo, non avrei potuto fare altrimenti. Devi crearti un team nel quale hai una fiducia totale. Quando sei deluso o quando qualcosa non funziona, si deve avere la possibilità di parlarne chiaramente, di dirsi le cose, altrimenti non funziona. E poco importa di chi è la colpa. A volte poi non è colpa di nessuno.

Per lei è molto importante la fiducia, che è qualcosa che viene dal cuore. È stato così anche durante la sua malattia?

Non si ha altra scelta. La prima persona che ho visto è stato proprio il dottore del Festival, il dottor Michael Llamas. Ho subito avuto fiducia. Mi ricordo un aneddoto: sull’ambulanza che mi portava da Lugano a Locarno, ho pensato alle cose che avrei dovuto ancora finire, mi sono chiesto se avevo lasciato in ordine, ho pensato alle parole che avrei dovuto ancora modificare in una lettera, ho pensato che non avevo detto alla mia assistente che il giorno dopo avrebbe dovuto chiamare quelle persone. Insomma, sull’ambulanza ero ancora molto impegnato. Quando sono entrato in cure intense, però, di colpo, nulla era più importante. Sei steso pieno di cavi, senti ancora i rumori in sottofondo. Poi per me c’è stato un peggioramento improvviso e lì ti senti impotente. Sei affidato agli altri.

Ma poi è tornato alla vita.

Non così velocemente. C’è voluto un po’ di tempo. Poi in cure intense si sente, si capisce che c’è gente che non ce la fa. E senti il malessere degli altri. Quando infine arrivi in camera, in reparto, ti senti quasi in paradiso. E poi sì, c’è stato il ritorno alla vita: Iphone, Ipad, i giornali e tutto il resto.

Per lei è veramente cambiato qualcosa dopo questa dura esperienza?

No. Non direi veramente. Non sei un’altra persona. Però ho capito di aver trascurato la famiglia e in particolare mia moglie. E questo ora cerco di correggerlo. Quando ricopri una posizione che richiede così tanto impegno, tua moglie deve avere molta comprensione se decide di rimanere con te. E mia moglie ne ha. È un po’ un cliché dire che ci vuole una gran donna dietro le spalle per poter avere successo, ma nel mio caso non lo è per nulla. Perché con i ruoli che ho ricoperto sono sempre stato sotto pressione, fin dagli anni '70, in stress continuo. Le mie giornate iniziano molto presto e finiscono molto tardi, come per tutti coloro che hanno molte responsabilità. Mi ricordo che una volta lo psichiatra di una grossa azienda mi ha detto durante un colloquio di lavoro: "Ho solo un'unica domanda per lei: ha qualcuno che può chiamare a fine giornata con cui confidarsi?». Ho risposto. «Sì, mia moglie. E così molto probabilmente la maggior parte dei problemi è già risolta». Siamo ancora assieme adesso. 

Questa è una gran bella dichiarazione nei confronti di sua moglie. Spero gliel’abbia fatto sapere…

Lo sa, lo sa.

Immagino potrà aiutarla anche per l’imminente edizione del Festival. Che le avrà provocato molto stress. Soprattutto nelle ultime due settimane a causa dell’incertezza. Cosa possiamo aspettarci?

Ha ragione, abbiamo avuto un po’ di stress per quest’edizione. La direttrice artistica Lili Hinstin e il direttore operativo Raphaël Brunschwig hanno lavorato con i loro team e abbiamo dovuto preparare diversi scenari tenendo conto della crisi finanziaria, strutturale, ma anche artistica. Il tutto andava costruito con pochi mezzi a disposizione, senza avere la certezza del domani. Abbiamo avuto fortuna con la politica e con i nostri partner che ci coprono le spese. Abbiamo un budget di 14 milioni, ma sette sono per i costi fissi. Un anno in queste condizioni riusciamo a farcela, un secondo sarebbe molto, ma molto difficile.

È preoccupato?

Certo, se non lo fossi sarei un irresponsabile. Sono preoccupato da perderci il sonno, ma le notti insonni non sono una novità. La peggior cosa nella vita è pensare che le cose accadranno come noi vorremmo. Non è mai così. Nello stesso tempo si deve avere la forza di guardare avanti sempre, succeda quel che succeda. Per quanto difficile sia, a livello personale, famigliare, lavorativo, devi pensare al futuro. Tutti prendiamo dei colpi. Tutte le istituzioni hanno un fardello. E come Locarno Film Festival anche noi dobbiamo avere gente che guarda al futuro. Dobbiamo fare di tutto per rimanere uno dei migliori festival europei e mondiali, costi quello che costi. Poi chissà, magari, grazie alla medicina, si troverà un vaccino, come lo abbiamo scoperto per altre malattie. Credo che dobbiamo rimanere fiduciosi.

L'intervista televisiva completa (in tedesco) Tornare alla home page