Margot Robbie, protagonista del film «I, Tonya»: «Sottovalutavo il pattinaggio artistico»

Marlène von Arx, a Hollywood

26.2.2018

La pattinatrice Tonya Harding è stata soprannominata strega a torto? È la domanda cui Margot Robbie, anche produttrice, ha tentato di rispondere con il film «I, Tonya», commedia nera che ha ricevuto tre candidature agli Oscar.

«Bluewin»: Margot Robbie, cosa le fanno venire in mente le Olimpiadi?

Margot Robbie: essendo australiana, fino ad oggi avevo preso in considerazioni unicamente le Olimpiadi estive. Mi ricordo bene delle Olimpiadi del 2000, svoltesi in Australia, in cui Cathy Freeman conquistò l’oro nei 400 m. È il ricordo più appassionante. Ho sempre trovato affascinante anche il salto con l’asta. Oggi, naturalmente, guardo anche il pattinaggio artistico in occasione delle Olimpiadi invernali.

Nel suo nuovo film, «I, Tonya», interpreta il ruolo controverso della pattinatrice Tonya Harding, molto nota ai suoi tempi. Come se la cava sulla pista da pattinaggio?

Ho indubbiamente sempre sottovalutato il pattinaggio sul ghiaccio. Da bambina avevo pattinato un paio di volte, ma quando mi sono trasferita a Los Angeles, sono entrata a far parte di una squadra di hockey su ghiaccio, pur non sapendo veramente pattinare – del resto ero ben imbottita quando cadevo. Certo, era diverso dal pattinaggio artistico. Rispetto a quand’ero ragazzina, oggi penso prima alle conseguenze – per esempio la possibilità di rompermi qualcosa. Quando si è piccoli, si cade da una minore altezza rispetto a quando si è adulti.

Si è fatta male?

Sì, mi sono fatta male diverse volte, senza neppure saltare. [Ride] Che sport pazzo! Ho visto pattinatori ripetere i loro doppi o tripli axel e cadere violentemente sul ghiaccio. Proprio non so come facciano a rialzarsi e a ricominciare. E l’indomani, si riparte! Quando li vedevo riuscire in un salto ero talmente contenta per loro da avere le lacrime agli occhi. È così difficile un triplo axel. Perfino gli stuntman non ci riescono. Credo che, dopo Tonya, soltanto sei donne siano riuscite nell’impresa durante una gara.

In seguito ad un’aggressione, da lei orchestrata, per rompere un ginocchio alla sua principale rivale alle Olimpiadi, Nancy Kerrigan, lo «Spiegel» ha soprannominato Tonya Harding la «strega del ghiaccio». Cosa sa di questo episodio risalente al 1994?

Niente. Avevo appena quattro anni quando scoppiò lo scandalo. Quando ho letto la sceneggiatura, ho pensato fosse pura finzione. Ho quindi potuto approcciarmi alla storia senza pregiudizi. Per me Tonya non è un mostro, ma, come tutti, una vittima delle circostanze.

Il film è incentrato più sul rapporto della Harding con sua madre e suo marito Jeff che sulle sue rivalità sportive. Entrambi la picchiavano. Come si può girare una commedia su di un tema come i maltrattamenti?

Ne abbiamo parlato molto e abbiamo deciso di lasciare che i protagonisti si esprimessero direttamente davanti alla telecamera. Ciò dà l’impressione che Tonya prenda emotivamente le distanze da questi momenti. E probabilmente è proprio ciò che ha fatto nella realtà, altrimenti non avrebbe mai potuto rimanere tanto a lungo prigioniera di questa spirale di violenza. Ma nel film non viene presentata neppure come una vittima. Non ha, infatti, esitato a contrattaccare.

Lei ha coprodotto il film con suo marito Tom Ackerley. Ci sono stati litigi?

Fortunatamente il nostro rapporto non assomiglia per nulla a quello di Tonya e Jeff, e neppure questo film è riuscito a metterci uno contro l’altra. Generalmente non litighiamo. Ciò può sembrare strano, ma non abbiamo bisogno di urlarci addosso per sapere che ci amiamo.

Bisogna dire che siete sposati soltanto da un anno. Com’è cambiata la sua vita?

Sono molto felice. Anche se avere un cane ha cambiato la mia vita molto più di tutto il resto.

In che modo?

Penso che sia come avere un figlio: si è responsabili di un essere vivente e si diventa meno egoisti. Usciamo molto meno adesso. Se gli amici vogliono uscire a bere qualcosa, gli rispondiamo che non possiamo perché dobbiamo restare a casa per dar da mangiare al cane. Ma bisogna anche guardare il lato positivo di questo cambiamento. Sono certa che a me e a Tom faccia bene andare a letto più presto.

Le piace fare baldoria?

No, ma spesso la gente pensa che quando si fa cinema, si trascorrano le giornate su uno yacht e le serate in locali chic. Girare un film non è così glamour come si pensa. La maggior parte del tempo, si sta seduti in un angolo di un parcheggio e non ci sono che cabine wc portatili.

Per concludere, questo film «poco glamour» ha ricevuto tre candidature agli Oscar nelle categorie «miglior attrice», «miglior attrice non protagonista» e «miglior montaggio». Come ha reagito al film Tonya Harding?

Non ha avuto diritto di intervento sul film e non è stata presente sul set durante le riprese, ma penso che sia contenta che la storia sia stata trattata da un’altra angolazione. Nel nostro film non è una vittima né un’eroina. Tuttavia, sarà senz’altro in disaccordo con il modo in cui Jeff descrive la sua visione delle cose.

Anche il modo in cui si comporta LaVona «Sandy» Golden, madre e allenatrice di Tonya, interpretata da Allison Janney, fa venire la pelle d’oca …

Allison è bravissima, vero?! Le ho anche chiesto di picchiarmi [Ride]. Tonya e sua madre non hanno più contatti da dieci anni. Tonya non sapeva neppure se fosse ancora viva, ma noi siamo venuti a sapere che lo era ancora. Penso che Tonya voglia soprattutto essere una buona madre, cioè tutto il contrario di sua madre. Per quanto ne so, ama molto suo figlio ed è fiera di non essere diventata come sua madre.

Anche lei è stata una bambina ambiziosa. Aveva una madre altrettanto ambiziosa?

Mia madre non è affatto come la madre di Tonya nel film e non si è mai immischiata nella mia carriera di attrice. Ci ha cresciuti da sola e ha dovuto lavorare molto per sopperire ai nostri bisogni. Quando andavamo al cinema, ci portavamo i pop-corn da casa per risparmiare. La mia famiglia pensava che girare film fosse un passatempo e che, un giorno o l’altro, avrei dovuto cercarmi un vero lavoro. Hanno iniziato a prendermi sul serio e a pensare che possa vivere di questo lavoro quando mi hanno visto su di un enorme manifesto a Times Square. Ma sono contenta di non essere cresciuta nel mondo del cinema. Ciò mi permette oggi di poter dividere la mia vita professionale da quella famigliare.

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