«Non avrei mai pensato di vivere una situazione così spaventosa» 

Paolo Beretta

19.3.2020 - 11:53

Porte chiuse. Vietato l'accesso ai visitatori. Le case di riposo ticinesi sono isolate dal mondo da diversi giorni a causa del virus COVID-19. In che modo viene vissuta da residenti e curanti questa situazione straordinaria? Intervista.

Le autorità ticinesi vogliono proteggere le persone anziane dall'epidemia di coronavirus vietando le visite nelle case di riposo e di cura del Cantone. Queste misure sono state implementate anche al Centro Sociale Onsernonese (CSO).

Com'è cambiata la vita al CSO? Gli anziani sono più isolati di prima? «Bluewin» ha parlato con la caporeparto cure Yasmin Boschetti.

Signora Boschetti com'è la situazione?

Sinceramente non avrei mai creduto, nella mia vita professionale, di vivere una situazione così particolare, così difficile, che fa anche paura. Bisogna ammetterlo, fa paura. La situazione è seria. Per fortuna il nostro direttore sanitario, il dottor Thomas Aebi, ci dà ogni giorno delle direttive molto chiare da seguire.

Com’è cambiato il vostro lavoro?

Il carico di lavoro è aumentato notevolmente. Non è tanto il portare la mascherina che ci dà peso poiché in periodi influenzali stagionali come questo è abbastanza normale portarla, siamo già abituati. Però usiamo i camici monouso e ci laviamo molto più spesso le mani. È un po' più complicato.

Come caporeparto la sfida è piuttosto quella organizzativa e logistica. Per esempio abbiamo iniziato a voler fare degli isolamenti preventivi. Anche se abbiamo un singolo piccolo sospetto, isoliamo il residente.

Abbiamo dovuto ripensare gli spazi in comune degli operatori. Stiamo poi creando un’area ricreativa esterna. È importante, così da poter prendere una boccata d’aria in tutta sicurezza senza che i nostri residenti corrano il pericolo di incontrare qualcuno. Sarà in funzione tra poco tempo.

Tra il personale questa situazione ci fa fare più gruppo. Ci ha indubbiamente uniti di più. Siamo diventati una famiglia. Sappiamo che è così che ne usciremo.

Uno dei momenti chiave della giornata lavorativa della caporeparto Yasmin Boschetti: il passaggio delle consegne, durante il quale ogni giorno vengono trasmesse le nuove direttive d'igiene da seguire e si fa il punto della situazione.
Centro sociale onsernonese

La situazione è complicata e pericolosa, poiché potenzialmente mortale, soprattutto per gli anziani, quindi per tutti i vostri residenti. Avete detto loro tutta la verità sull'epidemia?

Quelli che hanno ancora una capacità intellettiva normale sanno tutto. Leggono i giornali, ascoltano la radio, guardano la televisione. Sono a volte più aggiornati di noi sui numeri dell’epidemia e il suo andamento.

Non è però così facile con gli ospiti che hanno dei problemi psichiatrici. Per loro le priorità sono diverse dalle nostre. Non sono quelle di non avere contatti con nessuno, ma sono per esempio andare a dare da mangiare agli uccelli. E noi dobbiamo spiegare che ora non si può. E non è sempre facile anche se abbiamo costruito una relazione con loro che ci aiuta a comunicare e ad accompagnarli. Non li lasciamo uscire e li canalizziamo verso altre attività. Dobbiamo sorvegliarli. Con lo spazio protetto all’aperto però andrà meglio.

La caporeparto Yasmin Boschetti
Centro Sociale Onsernonese

Yasmin Boschetti, 29 anni, è laureata in infermieristica all'Università degli studi del Piemonte Orientale. Ha iniziato la sua collaborazione con il CSO nel 2014 e dal 2018 è caporeparto del settore cure della sede del CSO di Russo.

Com'è cambiata la vita all’interno della casa per anziani?

Diverse attività di gruppo non si possono più svolgere perché non sono garantite le distanze di sicurezza. Ma alcune cose riusciamo ancora a farle. Per esempio ci sono dei residenti che stanno preparando le decorazioni per la Pasqua, proprio perché siamo riusciti a trovare lo spazio per rispettare le consegne di sicurezza.

Pesa ai residenti essere isolati?

Alcuni dei nostri residenti non ricevono mai visite, ma altri sì. Per loro all’inizio è stata molto dura non poter vedere più nessuno. Ci sono state mamme che, abituate a vedere i loro figli spesso, hanno anche pianto. Il telefono per alcuni di loro non basta e non possiamo usarlo perché con l’età l’udito non è dei migliori. Ci è però venuta un’idea: usare le nuove tecnologie.

Quali e in che modo?

Con delle chiamate Face Time o via Skype. La prima volta è stata molto emozionante. Per tutti. Sia per il residente che per noi come curanti. C’era poca privacy è vero, ma è stato gratificante vedere la gioia del residente. Dall’altra parte c’era un giovane trentenne molto tecnologico. Abbiamo collegato il tablet alla televisione: il residente ha visto il parente sul grande schermo. Un momento speciale. Ora facciamo così con chi vuole.

Avete tablet a sufficienza?

Ci son 35 residenti e non tutti lo usano o hanno qualcuno da chiamare. Un tablet basta per tutto il nostro istituto e quindi non dobbiamo limitare il tempo di chiamata. Siccome l’attivatrice Ariela Terribilini (la persona responsabile delle attività ricreative, ndr.) non può più fare alcune attività in comune, s’incarica di assistere queste chiamate. C’è chi ha imparato a gestire un minimo queste nuove tecnologie e si arrangia da solo. A loro possiamo lasciare tranquillamente il tablet. C’è chi invece, anche per semplice paura di «spegnere» qualcosa, preferisce sia l’attivatrice a tenere il tablet in mano.

Le visite nelle case anziani sono vietate. Come evitare l'isolamento totale? Le nuove tecnologie sono la soluzione.
Centro sociale onsernonese

Lei è frontaliera. Come molte delle sue colleghe che lavorano nel settore sanitario ticinese. Come ha e avete vissuto la possibile chiusura delle frontiere di cui tanto si è discusso?

All’inizio c’è stato molto stress, e anche paura perché mancavano le informazioni. Non si capiva la situazione. Non si capiva se le frontiere sarebbero state chiuse o no. Il che ha provocato molta incertezza anche se da subito la direzione ci ha messo a disposizione degli alloggi gratuiti. Ora che la situazione è un po’ più chiara siamo meno preoccupati, ma abbiamo comunque la valigia in auto. Chiudere le frontiere poi non serve a molto: il virus non è che le rispetta.

Ma è cambiato qualcosa al confine?

Siamo controllati sistematicamente all’entrata in Svizzera come anche al nostro rientro in Italia. Dobbiamo mostrate tutti i documenti necessari: il permesso di lavoro, l’attestato fornito dal nostro datore di lavoro con tutti i recapiti da poter chiamare per poter verificare. Abbiamo con noi anche una copia del contratto di lavoro. Per la prima volta lunedì mattina in entrata in Svizzera mi hanno chiesto un documento di identità. Una volta in Italia poi è importante anche avere il documento dell’autocertificazione per dimostrare che ci si sta spostando per lavoro.

Sui social media sono nati molti gruppi in favore dei frontalieri che lavorano nell’ambito sanitario in Ticino. Se ne è accorta? Cosa ne pensa?

Ho visto la grande ondata di solidarietà sui social media. C’è un gruppo in particolare su Facebook «Frontalieri Ticino», nel quale si propongono camere e spazi dove soggiornare in caso di bisogno. È toccante, fa piacere sentirsi accettati e riconosciuti come persone di supporto.

Cosa si augura per il futuro?

Una cosa sola: che si prenda più sul serio questo virus. Vedo ancora molta gente in giro. Vorrei che le persone rimanessero davvero a casa. Solo così fermeremo l’epidemia.

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