«Bötschi domanda»

Ambasciatore Seger: «La cosa più imbarazzante che mi sia mai capitata ...»

di Bruno Bötschi, Berlino

24.7.2019

L'ambasciatore Paul R. Seger a proposito della cultura politica in Germania: «È una realtà completamente diversa rispetto alla Svizzera. A Berlino tutto viene politicizzato in una battaglia a muso duro e si tende a controbattere senza mezzi termini».
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Da dieci mesi risiede a Berlino, dove ricopre la carica di ambasciatore svizzero. Paul R. Seger parla della cultura del dibattito tipica dei tedeschi, racconta del suo conflitto di coscienza e svela i momenti in cui sente nostalgia di casa.

L'ambasciata svizzera a Berlino, che ha compiuto 150 anni due anni fa, ha alle spalle una storia movimentata. Durante la Guerra Fredda, la Villa era principalmente sede del Consolato Generale e successivamente sede distaccata dell'Ambasciata a Bonn.

La villa residenziale sulla Otto-von-Bismarck-Allee si trovava, ai tempi della Berlino divisa, nella «terra di nessuno»: proprio alle spalle dell'Ambasciata correva il confine segnato dal Muro. Dopo la caduta del muro, la villa si svegliò dal suo lungo letargo.

Paul R. Seger vive con sua moglie nell'edificio dell'Ambasciata, tra la Cancelleria, il Reichstag e la stazione di Berlino Centrale. Angela Merkel lavora a vista dietro le vetrate trasparenti dell'edificio. Quando la Cancelliera si affaccia dalla finestra del suo studio, scorge a est la bandiera svizzera.

L'ambasciatore Seger, abbronzato e con il suo classico papillon, riceve i giornalisti nel suo ampio studio.

Signor Seger, oggi facciamo un gioco di domande e risposte: in 30 minuti io le pongo quante più domande possibili e lei risponde il più rapidamente e spontaneamente possibile. Se la domanda non è di suo gradimento, dica semplicemente «passo».

Bene, inizi pure.

Basilea o Berlino?

Entrambe.

Monte Cervino o Zugspitze?

Anche se sono un amante della pianura, direi Monte Cervino.

Cravatta o papillon?

Papillon. Non ho nessuna cravatta particolare e scelgo solo papillon da annodare. Non indosso nessun papillon che sia già annodato. È una questione d'onore.

Come le è venuta in mente l'idea del suo accessorio distintivo, il papillon?

L'idea del papillon mi è venuta in mente a New York, quando lavoravo all'ONU nei primi anni '90. Ad un certo punto ho notato che tutti gli uomini erano vestiti allo stesso modo: abito scuro, camicia bianca e cravatta. Sembrava una colonia di pinguini. Un giorno mi sono detto: se sono già un pinguino, perlomeno voglio essere un po' più colorato.

Grazie al suo lavoro, ha abitato praticamente in mezzo mondo. Cosa è «casa» per un ambasciatore?

La Svizzera è casa mia, ma mi sento cittadino del mondo.

Ha mai provato nostalgia di casa?

Se provassi nostalgia di casa, significherebbe che ho scelto la professione sbagliata. Ma ammetto di aver sentito la mancanza di casa quelle poche volte che non ho potuto partecipare al Carnevale di Basilea.

Quante volte negli ultimi 30 anni si è perso il «die drey scheenschte Dääg», come gli abitanti di Basilea chiamano il loro Carnevale?

Tre volte.

Rimedio per la tipica stanchezza delle ore 17?

Non conosco la stanchezza di cui parla. La stanchezza di solito mi colpisce all'ora di pranzo ed è proprio in quel momento che vorrei concedermi una siesta. Sfortunatamente, questo non è mai possibile perché nella maggior parte dei casi a quell'ora partecipo a degli eventi.

Cosa fa, invece, per combattere la stanchezza delle ore 12?

A questo punto una cosa va detta: i diplomatici svizzeri non hanno senso dell'umorismo.

Ha già scoperto quale scusa è meglio usare per svincolarsi dalle riunioni noiose?

Ce ne sono alcune. Quella che funziona meglio è: tra poco ho un appuntamento della massima importanza, devo andare via subito.

Il lavoro più difficile che ha mai fatto con le sue mani?

Devo ammetterlo: non sono molto abile nei lavori manuali. Il lavoro più difficile è stata probabilmente la costruzione di una capanna per i nostri due figli.

Pensa di essere un tipico svizzero?

Mmh ... cos'è un tipico svizzero? No, penso di non esserlo. Mio padre è svizzero, mia madre è arrivata in Svizzera come rifugiata ungherese. I miei nonni paterni sono di origine tedesca e francese. I miei nonni materni vengono invece dalla monarchia danubiana dell'Austria-Ungheria. Quindi sono più che altro un «bastardo» europeo.

Paul R. Seger a proposito della capitale tedesca: «Per me Berlino è qualcosa di paragonabile alla New York d'Europa. È una città molto giovane, molto artistica, a volte un po' anarchica e caotica; mi piace da matti».
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Dallo scorso agosto ricopre la carica di ambasciatore della Svizzera a Berlino. Quali sono state le sue prime impressioni sulla Germania e sulle relazioni tedesco-svizzere?

Sono stato accolto a braccia aperte, con amicizia e benevolenza. Noi svizzeri siamo molto amati in Germania. Le relazioni tra i nostri due Stati sono estremamente buone.

Come ci si prepara ad un nuovo incarico da ambasciatore?

Di solito al nuovo incaricato viene concesso un periodo che va dai sei agli otto mesi per organizzarsi al meglio. Nel mio caso, tuttavia, ho avuto solo otto settimane di tempo. Nell'hockey su ghiaccio, si potrebbe parlare di una «sostituzione volante a gioco in corso (change on the fly)».

La sua nomina è avvenuta alla velocità della luce dopo che la sua predecessora Christine Schraner Burgener è stata nominata Inviato speciale delle Nazioni Unite per il Myanmar.

Dopo che mi è stato chiaro che sarei andato a Berlino, ho subito iniziato ad addentrarmi in ciò che dovevo fare. Qualsiasi ambasciatore che lasci il suo incarico deve scrivere un rapporto finale. La mia predecessora fece altrettanto e il suo rapporto fu molto dettagliato. Sono stato anche a Berlino per una breve visita, ho incontrato l'ambasciatore tedesco in Svizzera, Norbert Riedel, e mi sono recato a Berna per un giorno di Giunta. Quel giorno ho incontrato i rappresentanti di tutti i Dipartimenti federali con cui avrei lavorato in Germania. Mi sono state trasmesse un sacco di informazioni dalla mattina alla sera per tutto il giorno: a fine giornata, mi fumava il cervello.

Così Norbert Riedel, ambasciatore per la Germania in Svizzera, risponde alla domanda su come si è preparato per l'incarico a Berna: «Cercando di tirare fuori tutti i cliché che conoscevo fin da subito».

In quanto cittadino di Basilea, ho il vantaggio di aver avuto spesso a che fare con la Germania in giovane età. Pertanto, ho la sensazione di essere venuto a Berlino senza cliché.

La sua visione della Germania è cambiata negli ultimi dieci mesi da quando vive a Berlino?

La cultura politica in Germania è completamente diversa rispetto alla Svizzera. A Berlino tutto viene politicizzato in una battaglia a muso duro e si tende a controbattere senza mezzi termini. Apprezzo invece la cultura del dibattito aperta tipica della Svizzera: molti svizzeri sono estremamente armoniosi e aperti al dialogo con gli altri. Ciò che mi ha sorpreso è che la digitalizzazione in Germania non è delle migliori. Nell'hinterland di Berlino ci sono ancora tante zone senza campo.

È vero quello che si dice di Berlino?

Cosa si dice di Berlino? (ride) Esiste il modo di dire: Berlino è una nuvola. Amo questa espressione. Penso che Berlino sia una città fantastica. Ho trascorso in totale nove anni a New York. Per me Berlino è qualcosa di paragonabile alla New York d'Europa. È una città molto giovane, molto artistica, a volte un po' anarchica e caotica; mi piace da matti.

Wow, una meravigliosa dichiarazione d'amore alla capitale tedesca.

Si dice che svizzeri e tedeschi siano molto simili. Vero o no?

Siamo certamente simili in alcune caratteristiche della personalità: siamo onesti, amanti dell'ordine e puntuali. Senz'altro anche la seriosità ci accomuna. Ma ci sono anche differenze tra tedeschi e svizzeri. Penso che queste differenze si possano riconoscere soltanto vivendo personalmente in uno dei due Stati o in entrambi.

Può farci l'esempio di una differenza?

Il modo di parlare in Germania, e non sto parlando solo di politica, è più diretto che in Svizzera. Se si va in un ristorante a Basilea, come prima cosa si viene salutati e accolti. Il berlinese, invece, arriva dritto al punto e dice: «Prendo una birra». Molti svizzeri si sentono offesi da una tale franchezza in un certo senso brutale, anche se in realtà i berlinesi non lo fanno per cattiveria.

Perché ai tedeschi piacciono gli svizzeri ma non è vero il contrario?

Penso che questo abbia qualcosa a che fare con il fenomeno «fratello maggiore, fratello minore».

La sua spiegazione del motivo per cui gli svizzeri sono così riservati e amano porre dei limiti?

È davvero così? Di un Paese i cui abitanti sono per il 25% stranieri, non si può dire che sia chiuso. In effetti è anche vero che noi svizzeri non ci avviciniamo agli stranieri con la stessa rapidità degli statunitensi. E diventare calorosi con uno svizzero richiede tempo. Tuttavia, avere uno svizzero per amico significa iniziare una relazione di amicizia più onesta e duratura di quanto possa essere negli Stati Uniti; perlomeno, questa è la mia esperienza.

Eppure: gli svizzeri, uomini e donne, godono di molta simpatia all'estero. Come mai?

L'«eppure» può tranquillamente eliminarlo dalla sua domanda. Da ambasciatore, avere la possibilità di rappresentare un Paese come la Svizzera è una questione semplice. Diversamente, i colleghi di altri Paesi non se la passano così bene. Perché? Questo ha molto a che fare con la nostra modestia. Noi svizzeri non assumiamo mai un atteggiamento da spavaldi, non vogliamo metterci in mostra. Un altro punto importante è la nostra neutralità. Ci ha salvati dai desideri espansionistici. Non abbiamo mai conquistato né colonizzato un altro Paese.

Paul R. Seger a proposito della diplomazia: «Serve a preservare la permanenza e la continuità delle relazioni tra i Paesi. Questo è il core business di noi diplomatici. I discorsi diretti dei Capi di stato o le loro discussioni su Twitter sono simili alle perdite di controllo che si verificano di volta in volta».
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Cosa potrebbe imparare la Germania dalla Svizzera?

La puntualità e l'affidabilità dei treni.

Cosa succede esattamente quando un ambasciatore viene «convocato»?

Gli viene fatto un bel lavaggio di cervello.

È mai stato «convocato» durante una normale giornata di lavoro a Berlino?

Fortunatamente no.

Quante volte è stato «convocato» durante i suoi incarichi di ambasciatore precedenti?

Mai.

La reputazione è essenziale per un ambasciatore. Ha mai fatto «toppato» in questo senso?

Oh, si! Le racconto la cosa più imbarazzante che mi sia mai capitata: alla fine del mio incarico a tempo determinato come ambasciatore nel Principato del Liechtenstein, come è usanza volevo fare una visita di commiato al sovrano, il principe ereditario. Ho guidato verso Vaduz per raggiungere il castello e ho bussato alla porta del castello stesso. Mi ha aperto un inserviente che poi mi ha chiesto di cosa avessi bisogno. Gli ho risposto che ero lì per la visita di commiato. L'inserviente mi ha risposto un po' perplesso che ero in anticipo di una settimana. In ogni caso si è immediatamente preoccupato di chiedere se il principe avesse un po' di tempo da dedicarmi.

E ce l'aveva?

Si. Il principe si è fatto avanti in tutta la sua grandezza. Invece da parte mia, avvertivo la mia presenza come qualcosa di imbarazzante.

Per inciso: finora il modo di porsi dell'ambasciatore mi sembra molto buono. Fresco e arguto e le sue risposte sorprendentemente ricche e concentrate.

Lavora nel Corpo diplomatico dal 1986: quali sono stati gli incontri meno piacevoli?

Due incontri in particolare mi sono rimasti impressi. Durante la questione degli ostaggi in Libia, quando il capo di Stato Muammar al-Gheddafi aveva preso in ostaggio due uomini d'affari svizzeri dal 2008 al 2010, una volta dovetti andare a Berlino e negoziare il loro rilascio per un'intera notte.

E il secondo incontro?

Nel 1996, i superstiti dell'Olocausto avanzarono le loro prime azioni legali contro la Svizzera. Tra le altre cose, chiesero il risarcimento per gli averi non rivendicati. Nel mio caso in particolare si trattava della famiglia ebrea Sonnabend, che fu deportata due volte dalle autorità svizzere durante la seconda guerra mondiale; la seconda volta i Sonnabend furono strappati all'esercito tedesco e portati nel campo di concentramento. Lì quasi l'intera famiglia fu assassinata dai nazisti. Il signor Sonnabend è stato l'unico superstite svizzero a chiedere un risarcimento di 100.000 franchi. La questione è stata portata in Tribunale federale perché il Consiglio federale si è rifiutato di pagare. Il mio compito era quello di rappresentare la condotta negativa delle autorità in sede di Tribunale federale. È stato un momento molto difficile ...

... perché si è imbattuto in un conflitto di coscienza?

Si. Così mi sono avvicinato al signor Sonnabend e gli ho detto: «Devo rappresentare qui e ora qualcosa che, personalmente, mi crea grandi difficoltà. Mi voglio scusare con lei».

I suoi predecessori in carica dovettero in parte combattere con dossier difficili. Proprio all'epoca del contenzioso fiscale, i rapporti tra la Svizzera e la Germania erano tesi. Com'è la situazione oggi?

Il tema numero uno, anche se non direttamente collegato alla Germania, è l'Accordo Quadro Istituzionale. La Germania è molto interessata all'argomento. Berlino vuole sapere quale posizione verrà assunta dalla Svizzera e quale direzione il nostro Paese intende intraprendere. Un altro tema importante è il trasporto ferroviario. All'ordine del giorno è la linea ferroviaria Mannheim–Karlsruhe–Basilea (in tedesco Rheintalbahn) tra Basilea e Karlsruhe. Noi svizzeri vogliamo che questa linea sia collegata alla Neat, la Germania in questo senso è in mora. Un problema attuale è l'inquinamento acustico aereo presso l'aeroporto di Zurigo.

Quando è stata l'ultima volta che ha pensato: mio Dio, il mondo sta andando completamente a rotoli?

Non ho ancora mai avuto questa sensazione. Certo, ci sono momenti in cui penso: come si può andare avanti? Penso anche che il dibattito sul clima non venga ancora preso sul serio. Questo mi preoccupa, non solo professionalmente, ma anche personalmente, specialmente quando penso ai miei due figli.

Dal punto di vista morale, vale ancora la pena mettere al mondo dei figli?

Mi sono già posto questa domanda, ma sono un ottimista incorreggibile.

Da un po' di tempo, il vecchio ordine del mondo sta scivolando via sempre di più. È d'accordo?

Se si può parlare nello specifico di un vecchio ordine del mondo, allora sì. Certo, le cose che da tempo credevamo sicure e stabili ultimamente sono scivolate via sempre di più. Oggi viviamo in un mondo multipolare, dunque più difficile e incerto rispetto a quello di 20 anni fa.

Da quando Donald Trump è entrato in carica nel gennaio 2017, l'intero ordine del mondo liberale sembra essere in pericolo. Perché queste faglie in politica stanno accadendo proprio adesso?

Le cose hanno preso questa direzione già da un po' di tempo. Siamo in una fase in cui sono evidenti gli effetti negativi della globalizzazione. Ciò porta a riflessi nazionalisti, per cui i Paesi guardano maggiormente ai propri interessi. Dopo la Guerra Fredda, cioè dal 1990, abbiamo vissuto un'era di cooperazione e di nuovo inizio. Ciò tuttavia è cambiato con l'11 settembre. Da allora viviamo di nuovo in tempi più conflittuali.

Paul R. Seger a proposito dei social media: «Per molto tempo sono stato asociale in quanto a social media, ma da un po' mi sono convertito. I social media sono importanti, non da ultimo perché grazie a loro posso raggiungere molte più persone molto più velocemente».
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Stiamo già vivendo la fine della diplomazia tradizionale? Trump ha incontrato Putin e Kim senza alcuna preparazione, Capi di stato e presidenti discutono su Twitter.

Non credo. Certo, la diplomazia sta cambiando, proprio come tutto il resto. Ma non bisogna dimenticare: la diplomazia serve a preservare la permanenza e la continuità delle relazioni tra i Paesi. Questo è il core business di noi diplomatici. I discorsi diretti dei Capi di stato o le loro discussioni su Twitter sono simili alle perdite di controllo che si verificano di volta in volta. Sono convinto che la diplomazia continuerà ad essere responsabile del modo in cui le relazioni si sviluppano. Perché non c'è niente di peggio di quando accadono cose impreviste nelle relazioni bilaterali.

Quanto è importante oggi mostrarsi nel ruolo di ambasciatore sui social media?

Per molto tempo sono stato asociale in quanto a social media, ma da un po' di tempo mi sono convertito. I social media sono importanti, non da ultimo perché grazie a loro posso raggiungere molte più persone molto più velocemente.

Cosa sta succedendo su Instagram?

Oh, che bella domanda. Non sono per niente un esperto di Instagram.

Il video di benvenuto dal parco dell'Ambasciata di Berlino ha attirato molta attenzione su Paul R. Seger. Il motivo: in primo luogo, il vento che soffia sulla bandiera tedesca e poi sulla bandiera svizzera; dopo di che l'ambasciatore che scoppia a ridere.

Le cose veramente belle accadono quando si lascia il cellulare a casa?

In momenti del genere mia moglie è molto più contenta. A volte si lamenta del fatto che io stia al telefono troppo spesso.

Perché i tatuaggi sul viso sono così attuali a Berlino?

Questo non lo so, non ne ho visti molti finora. Posso solo dire che i tatuaggi si sono diffusi negli ultimi anni non solo in Germania, ma anche in Svizzera. A volte mi capita di vederne uno ogni due persone che incontro. A momenti è «in» chi non dipinge il proprio corpo.

Il suo ramo di specializzazione è il diritto internazionale. Oggi il mondo è davvero un posto legalmente migliore rispetto a 50 anni fa?

Sicuramente meglio di 50 anni fa, ma gli ultimi dieci, venti anni sono stati difficili. Per me l'11 settembre è stato come un punto di rottura del diritto internazionale. Intanto, una precisazione: fare un passo indietro a livello legislativo non significa di certo fare un passo in avanti.

Dove ha la sensazione che ci sia una maggiore equità sociale, in Svizzera o in Germania?

Lo stato sociale in Germania è probabilmente più sviluppato che in Svizzera: noi svizzeri diamo più importanza alla responsabilità personale. Ma, alla fine, questo porta realmente a una giustizia maggiore? Su questa domanda rimane un punto interrogativo.

Domanda di definizione: dove inizia la povertà per lei?

Inizia al più tardi quando uno non riesce più a guadagnarsi da vivere con il proprio lavoro quotidiano.

Dove dovrebbe finire, invece, la ricchezza?

È difficile dirlo con numeri precisi. La ricchezza dovrebbe finire laddove inizi a essere a spese di altre persone e a condurre allo sfruttamento della natura. La mia convinzione è: più ricca è una persona, maggiore è la sua responsabilità.

Ha un amico povero?

Un mio ottimo amico è un prete gesuita. Vive in Vietnam in condizioni di vita umili. Ma lui, personalmente, non si definirebbe mai povero.

Il regalo più generoso che lei abbia mai fatto?

Spero: tempo e amore.

Un oggetto che le sta a cuore che porta con sé nel portafoglio?

Nel mio portafoglio non porto nessun oggetto che mi sta a cuore in particolare.

Occasionalmente si pone delle domande esistenziali?

Regolarmente in realtà. Porsi delle domande esistenziali significa interrogarsi sul significato delle cose. Questo è importante. Qual è il mio ruolo come persona, come padre, come marito, ma anche come diplomatico? Quali sono i miei obiettivi? Perché sono venuto al mondo?

Cosa è sacro per lei?

La famiglia.

In quali occasioni preferisce mostrare il suo lato vanitoso?

In questa intervista.

Una persona onesta, l'ambasciatore. Sì, eccome.

Di cosa è orgoglioso?

Del mio istinto: finora mi ha guidato molto bene nel corso della vita.

Da quale illusione non si lascia convincere?

Dall'illusione che alla fine della vita andiamo in un mondo migliore, anche se inizialmente ne ero convinto.

Quali libri ha letto due volte?

I miei scrittori preferiti sono Siegfried Lenz e Hermann Burger. Entrambi sono già morti. Di Lenz, ho letto più volte «Deutschstunde», mentre di Burger amo particolarmente il romanzo «Schilten» e ho letto anche questo più di una volta.

Come mai ha letto questi due libri più volte?

Amo il bell'uso della lingua.

Che cosa ha imparato dalla letteratura sulla Germania?

La Germania è una terra di poeti e pensatori. C'erano e ci sono ancora tantissimi scrittori tedeschi fantastici. La Germania ha una forte tradizione letteraria e una scena letteraria incredibilmente viva.

Quindi di base: le piacciono le persone?

Si, molto.

Qual è stato il momento più triste della sua vita?

Quando è morto mio padre quasi un anno fa.

È un buon perdente?

Mettiamola così: ci provo.

Paul R. Seger a proposito dell'ingiustizia: «Quando i nostri due figli vivevano ancora a casa con noi, la politica, la legge e la moralità erano spesso argomenti di cui parlavamo a tavola. È importante essere onesti come genitori in discussioni del genere: il mondo è ingiusto».
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Di cosa ha paura?

Sono un credente, quindi non ho davvero paura di niente.

Crede in Dio?

Sì.

Crede nella vita dopo la morte?

Questo mi interessa relativamente poco. Quello in cui credo si fonda non sulla fede nell'aldilà bensì sul momento presente. Quindi non ho problemi ad affrontare il tema «morte». L'unica cosa è che non voglio morire atrocemente. Se avessi paura di qualcosa, sarebbe del momento precedente.

Come ha spiegato ai suoi due figli le ingiustizie che esistono nel mondo?

Quando i nostri due figli vivevano ancora a casa con noi, la politica, la legge e la moralità erano spesso argomenti di cui parlavamo a tavola. È importante essere onesti come genitori in discussioni del genere: il mondo è ingiusto. Ho cercato di spiegare loro che bisogna accettare il mondo così com'è senza rassegnarsi, perché se lo si vuole veramente si possono ottenere dei cambiamenti.

Ci sono determinati valori che vuole trasmettere ai suoi figli?

Io e mia moglie abbiamo provato a trasmettere ai nostri figli una sorta di bussola morale.

C'è riuscito?

Penso di sì.

Qual è la zona più bella della Germania?

Incredibilmente bella è l'area del Meclemburgo-Pomerania Anteriore. Sono stato proprio recentemente in questa regione. Mi piace molto anche la costa del Mar Baltico. Ma non riesco ancora a farmi un quadro generale del Paese perché non sono riuscito a visitare tutte le regioni negli ultimi dieci mesi, da quando lavoro a Berlino.

Il suo obiettivo è viaggiare come ambasciatore in ogni Stato federato?

Si. Ieri ho fatto la mia visita inaugurale a Magonza, la capitale dello Stato federato della Renania-Palatinato. Dei 16 Stati federali, finora ne ho visitati dieci. Quando mi trovo sul posto, tutte le volte visito la sede del governo, poi passo dalla colonia svizzera e spendo la maggior parte del tempo a visitare un'azienda svizzera o un'altra istituzione con radici svizzere.

Il suo posto preferito a Berlino?

Il Tiergarten.

Qual è la zona più bella della Svizzera?

Ovviamente Basilea, mi piace soprattutto fermarmi sul Middle Bridge e guardare verso Münsterhügel. Mi piace anche il Lago dei Quattro Cantoni, in particolare il Gersauer Becken.

Conosce l'inno svizzero a memoria?

Conosco la prima strofa e tutte le volte la canto insieme agli altri.

Devo imparare il cinese per capire il futuro?

Di certo non sarebbe male se lei volesse imparare il cinese. Penso che la Cina avrà molta più importanza come Stato tra 20, 30 anni rispetto a quella che ha già oggi. Si prevede che la Cina supererà gli Stati Uniti in termini di prodotto nazionale lordo entro il 2030 al più tardi. Occorre aspettarsi molto di più dalla Cina in futuro rispetto a quanto ci si sia aspettato finora.

Il suo prossimo appuntamento?

Una degustazione di vini. Faremo una selezione di vini per la grande serata che organizzeremo in Ambasciata a settembre.

Vini svizzeri?

Naturalmente.

Informazioni sulla persona intervistata: Paul Seger

Paul Seger (1958) è cresciuto a Basilea. Ha studiato all'Università di Basilea e si è laureato in giurisprudenza. Nel 1983 è entrato a far parte del Dipartimento federale degli affari esteri come ricercatore associato. Dal 1986 ha vissuto rispettivamente a Kinshasa, New York (ONU) e Buenos Aires lavorando nel corpo diplomatico. Tra i suoi incarichi all'estero, dal 2003 al 2010 Seger ha ricoperto la carica di Capo del dipartimento in materia di diritto internazionale. Contemporaneamente ha ricoperto la carica di ambasciatore svizzero nel Principato del Liechtenstein, con sede a Berna. Dal 2010 al 2015, Seger è stato a capo della missione permanente della Svizzera presso le Nazioni Unite a New York. Prima della sua nomina come ambasciatore svizzero a Berlino, è stato capo della missione dal 2015 al 2018 a Yangon, in Myanmar. Seger è sposato e padre di due figli adulti.

Il redattore di «Bluewin» Bruno Bötschi intervista regolarmente personalità famose con il gioco domanda-risposta «Bötschi fragt». Bötschi vanta notevole esperienza nelle interviste. Per la rivista «Schweizer Familie», ha seguito per molti anni la serie «Traumfänger». A tal proposito, ha posto a oltre 200 persone la domanda: Da bambini si hanno tanti sogni – se ne ricorda? Il libro della serie «Traumfänger» è uscito presso la casa editrice Applaus Verlag, Zurigo. È disponibile in libreria.
zVg
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